Archivio per dicembre 2009

31
dic
09

di calma e di pace – 31 Dicembre 1869: nasce H. Matisse

Henri Matisse nasce il 31 Dicembre 1869 a Le Cateau-Cambrésis, Francia. La sua ricerca muove dalla rivoluzione del colore, il fauvisme (di cui è uno dei massimi esponenti, con Braque e Derain), per arrivare a riflessione sul segno, sull’equilibrio e la sintesi della forma. Giunge casualmente alla pittura, intorno ai 21 anni, per distrarsi durante la convalescenza da una malattia. Da quel momento la sua vocazione esplode violentemente, finendo per farlo diventare uno dei massimi artisti del ’900.

Matisse ricerca la sintesi e l’equilibrio, teso ad esprimere un’arte equilibrata, pura, tranquilla. Emblematica “La danza” (1910, olio su tela), che ben esprime la poetica dell’artista. Attraverso la scelta compositiva ed il colore esprime non tanto un fatto, un girotondo, quanto il prorompere inarrestabile della vita, il suo scorrere eterno, quello “slancio vitale” che sulla scia del filosofo Bergson è fondamento della realtà, un’ondata che cresce e si organizza nell’evoluzione creatrice.

Tutto questo non esplode in moto caotico: Matisse, con spirito “chiaro e distinto”, organizza la composizione attraverso le linee, ideali e reali, ordinate secondo la superficie.

Sul confine fra cielo e terra, fra universo e mondo, si muovono le cinque figure, impegnate in un vorticoso girotondo, con le braccia tese nello slancio di non rompere il cerchio, che si sta per aprire tra le due figure in basso a sinistra.

Danza che è allegoria della vita, fatta di un movimento continuo, di una tensione continua verso gli altri esseri umani, e in senso lato verso tutte le creature. Ed il girotondo avviene al confine fra terra e cielo, fra illusione e realtà, fra non essere ed essere, in un vortice al tempo stesso gioioso, che esprime la bellezza della vita in movimento ma anche affaticante, sottolineando in questo senso la necessità di una danza senza sosta, di un bisogno d’umanità sempre vivo.

Pubblico uno stralcio da un’intervista radiofonica a Matisse, del 1942

- Perchè lei dipinge?

Per tradurre nel colore e nel disegno le mie emozioni, le mie sensazioni e le reazioni della mia sensibilità, qualcosa che nè la più perfetta macchina fotografica, anche a colori, nè il cinema possono realizzare. Dal punto di vista del passatempo e della distrazione, il cinema ha senz’altro un grande vantaggio sui quadri (…) Per quanto riguarda il ritratto i pittori ora vengono superati da buoni fotografi.

- Alla luce di quello che ha detto, che cosa avverrà ai pittori? A che cosa servono?

Sono utili perchè possono aumentare il colore e il disegno attraverso la ricchezza della loro immaginazione, intensificata dalla loro emozione e dalla riflessione delle bellezze della natura come fanno i poeti o i musicisti. (…) Ho detto ai miei giovani allievi “Volete dipingere? Allora dovete tagliarvi la lingua, perchè la vostra decisione vi toglie il diritto di esprimervi in qualsiasi maniera se non col pennello”

30
dic
09

Decrescita, intervento di Paolo Cacciari

Riportiamo l’intervento di Paolo Cacciari in occasione dell’Incontro al Museo provinciale di Archeologia, 28 settembre 2009 a conclusione della scuola della decrescita a Nova Siri (MT).

Mi rendo conto che in un momento di crisi economica così grave pensare ad una società che scelga consapevolmente e volontariamente di imboccare un percorso di decrescita dei consumi e delle produzioni di massa delle merci possa apparire una provocazione di cattivo gusto. Qualcuno ha detto che i promulgatori della decrescita sono intellettuali che hanno in odio l’umanità. Altri, più generosi, hanno detto che siamo piccoli borghesi schiacciati dal rimorso delle conseguenze che il nostro stile di vita provoca nel mondo.
Al contrario, testardamente, penso che non sia immaginare una via di uscita reale e duratura dalla “crisi sistemica” in corso, multifattoriale e multidimensionale, senza riorientare i nostri sistemi sociali ed economici ai criteri della decrescita.
Vediamo, quindi, quali sono questi criteri.
Innanzitutto è possibile pensare alla decrescita in un modo molto semplice che parte dalla presa d’atto elementare che “non ce n’è per tutti”. Lo sappiamo e lo sentiamo: la nostra “razionalità solidale” e la nostra “ragione cordiale” ci dicono che non possiamo andare avanti così. In natura i processi che hanno una curva di crescita esponenziale (come è quella disegnata dai cultori dello sviluppo) sono solo le metastasi cancerogene. Tutti i sistemi vitali seguono andamenti ciclici.
Il 23 settembre (con qualche giorno di anticipo sull’anno precedente) abbiamo festeggiato la fine dell’anno biologico (l’Earth Over Shoot). Abbiamo cioè consumato tutto quanto gli ecosistemi terrestri sono in grado di rigenerale in un anno. Dal 24 settembre prendiamo a credito dal 2010 acqua, legno, suoli fertili e così via. Altri indicatori (l’impronta ecologica) del fabbisogno teorico di terra biologicamente produttiva necessaria a sostenere i nostri consumi, sono in rosso. Così è per il petrolio (siamo in attesa dell’annuncio del superamento del picco di Hubbert), per il litio (senza il quale niente batterie elettriche e addio alla green-tech), del rame (che, a giudicare dai furti, sembra il patrimonio più di valore delle ferrovie), del coltan e dei diamanti (che insanguinano il Congo), dell’”oro blu”, dei fosfati, del tantalio… Ma non c’è nemmeno più spazio per contenere i rifiuti, le scorie, gli scarti dei metabolismi della tecnosfera. A dicembre a Copenaghen si giocherà una partita importante: l’aggiornamento del protocollo di Kyoto per contenere le emissioni di gas climalteranti. Abbiamo imparato che l’atmosfera non può superare le 350 parti per milione di anidride carbonica se volgiamo contenere l’aumento della temperatura media sotto i due gradi centigradi.
Fermiamoci qui, non vale più la pena nemmeno di parlarne, tante sono le evidenze empiriche e le ricerche scientifiche che ci dicono che il nostro sistema economico provoca impatti ambientali insostenibili. Dopo l’uscita del rapporto Stern (2007) che ha parlato il linguaggio degli economisti, persino i capi di stato hanno capito che così non si può più andare avanti: desertificazione dei suoli, perdita di biodiversità, catastrofi climatiche… richiedono continui interventi di adattamento e di mitigazione volti a mantenere condizioni utili allo svolgimento delle attività umane. In altri termini gli economisti hanno calcolato che per ogni punto di Pil in più, presto se ne dovranno spendere due per rattoppare i disastri ambientali creati. Ne vale la pena?
La decrescita, quindi, può essere intesa come una strategia del tutto razionale di presa d’atto dei limiti delle risorse disponibili e di acquisizione del concetto di limite. Dobbiamo pensare a minimizzare i flussi di energia e di materia impiegati nei cicli produttivi. Dobbiamo “smaterializzare” i cicli economici. Dobbiamo mettere in atto una riconversione ecologica dell’economia, così come dice anche e finalmente l’amministrazione Obama: green-economy, soft-economy, clean-tech, new deal verde, ecc.
Ma ci sono due problemi correlati: uno grande come una casa: l’equità (che non può più essere cercata verso l’alto: il mondo scoppierebbe!), l’altro, più insidioso, è costituito dalla trappola tecnologica, dall’effetto rimbalzo o moltiplicatore che annulla i benefici ambientali quando aumenta la massa delle merci prodotte.
In altri termini lo stile di vita dell’1% della popolazione mondiale (i cosmocrati che detengono il 50% della ricchezza), ma nemmeno del 20% più ricco che regge la sua posizione sullo sfruttamento dell’80% delle risorse, non può essere preso a modello da nessuno. Anzi, è la causa della crisi. (Ci ricordiamo di Bush che affermò che gli stili di vita degli americani non sono negoziabili?). Così come il sistema di produzione delle 500 multinazionali che controllano il 52% del Pil mondiale e il 90% degli scambi internazionali non può essere preso a modello dell’economia mondiale. Anzi la deglobalizzazione è la condizione per uscire dalla crisi.
La “green economy”, allora, non può essere intesa come l’ultima trovata per fare business con l’ambiente (aggiungere beni di consumo ecologicamente certificati, concentrare ancora di più il monopolio delle tecnologie, aumentare la dipendenza e la colonizzazione del sud del mondo). Al contrario dobbiamo spendere soldi per fare “economia ecologica”. Cioè, considerare il “capitale naturale” non più come un fattore produttivo da sfruttare, ma come bene in sé, patrimonio da preservare e incrementare. Una vero rovesciamento dei presupposti dell’economia capitalistica. Dobbiamo tornare a pensare l’ “economia dei soldi” (come direbbe Giorgio Nebbia) un sottosistema dell’economia terrestre. Rimettere in ordine le gerarchie e i valori. Del resto Marx stesso (per molti versi il teorico dello sviluppo e delle illimitate potenzialità trasformatrici del lavoro) scrisse che “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso”.
Rispondere a queste due questioni: equità sociale e sostenibilità ambientale (cioè garantire uguale accesso ai beni comuni – acqua, terra, saperi per le generazioni presenti e per quelle future – equità orizzontale e intergenerazionale) è la sfida di civiltà che siamo chiamati a compiere. Una sfida che possiamo vincere solo se riusciamo a riconcettualizzare l’idea di ricchezza, di benessere, di democrazia a livello planetario.
Il mondo è interdipendente, il benessere di una persona è inscindibile da quello di altre persone. C’è un passo molto bello della “Caritas in Veritate” (ultima enciclica di Ratzinger): “La società globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Anzi! Ci mette in crudele competizione. La globalizzazione neolibersita è fallita non solo sul versante ambientale, ma anche su quello umano. Una “apocalisse secolarizzata per mano umana”, la definisce Raniero la Valle, un “genocidio silenzioso “ Jean Ziegler. Un miliardo di affamati, cinquemila morti di fame al giorno, metà della popolazione del globo addensati attorno a qualche decina di megalopoli che si chiamano Mumbai, Rio de Janeiro, Giacarta, Khartoum, Lima, Durba… I nuovi inferni dell’umanità
Serve allora una nuova economia che supporti sia una rivoluzione verde sia una rivoluzione sociale. Serve un mutamento delle relazioni sociali che reggono i modi di produzione e di consumo.
E’ necessario trovare le vie per transitare da una concezione economica che mira alla massimizzazione dell’efficienza produttiva (produrre sempre maggiori volumi di merci a minori costi per unità di prodotto), ad una che miri alla ottimizzazione del mantenimento dei “fattori produttivi” (lavoro e risorse naturali) in buona salute e il più a lungo possibile, cioè: cura e manutenzione. In questa nuova concezione dell’economia, forza lavoro e risorse naturali non sono più viste e usate come fattori produttivi da immolare nei cicli produttivi, ma come natura e persone umane, usufruttuari e beneficiari della cooperazione e dello sforzo produttivo sociale.
Una società della decrescita, quindi, implica trasformazioni profonde del modello di economia: da una economia del consumo e dei prelievi ad una della sufficienza e della restituzione (riuso, riciclo, condivisione); da una economia del debito e della competitività ad una del dono e della reciprocità; da una economia del rendimento ad una del risparmio.
Quindi non basta de-meaterializzare, occorre anche de-mercificare e de-finaziarizzare l’economia, sottrarla al dominio del profitto e dell’accumulazione. Lo sviluppo è un termine bastardo che occulta il nocciolo duro della crescita che a sua volta occulta il concetto di accumulazione. La via di uscita è passare dalle merci ai beni, direbbe Maurizio Pallante.
Ma la domanda che a questo punto viene rivolta ai sostenitori della decrescita è questa: chi sono i “soggetti sociali”, gli “attori politici” del progetto della società della decrescita? E quali potrebbero essere le “pratiche costituenti”, performanti la nuova società? Insomma c’è qualcuno (che non sia un freekkettone, un asceta o un inguaribile anticapitalista) che crede che sia possibile vivere meglio con meno e disposto a scegliere coscientemente e volontariamente, solidariamente la strada della decrescita?
Penso di sì. Penso che la rivoluzione sia già in movimento. Basta saperla riconoscere. Prendo ad esempio due diverse novità.
Le nuove e costituzioni dell’America latina, in particolare quella dell’Ecuador di Rafael Correa. Nel paragrafo tre del preambolo, subito dopo il riconoscimento della sovranità del popolo, c’è scritto: “Celebriamo la natura, la Pacha Mama (noi potremmo dire la madre terra o l’anima mundi) di cui siamo parte e che è vitale per la nostra esistenza”. La costituzionalizzazione della natura, il riconoscimento di un diritto allargato all’ecosfera, è un passaggio epocale che la cultura occidentale non è riuscita ancora a compiere e contro cui inspiegabilmente il cattolicesimo ancora si batte (vedi la “Caritas in Veritas”). Siamo figli di un antropocentrismo, maschilista, nazionalista e statalista che non smette di perseguire un disegno di dominio sulla natura, sugli animali, sulla donna.
Aldo Leopold (“Almanacco di un mondo migliore”, già nel 1949), naturalista padre del pensiero ecologista profondo, sperava in un allargamento dell’etica a tutti gli esseri viventi, come ad un certo punto della storia dell’umanità è pure avvenuto per gli schiavi e per l’altro genere umano. “Una etica della terra riflette l’esistenza di una coscienza ecologica che, a sua volta, riflette il convincimento della necessità di una responsabilità individuale per la salute della terra”. Dovremmo recuperare l’obbligo morale a “custodire e coltivare” la terra, oltre che a “vivere in pace”.
La seconda segnalazione che voglio fare è il libro di Paul Hawken (“Moltitudine inarrestabile”, Edizioni Ambiente, ma in realtà il titolo originale è “Blassed Unrest”, tratto da una frase pronunciata della coreografa Marta Grahm: “Una strana benedetta inquietudine che ci fa andare avanti e ci rende più vitali”): L’autore, un vecchia conoscenza dell’ambientalismo, ha organizzato una banca dati con centomila organizzazioni di base della società civile che si battono per i diritti umani e la salvaguardia della natura. “Un movimento senza nome che sfugge a qualsiasi definizione”. “Due decine di milioni di persone che non si limitano ad andare a votare”. “ Il più grande movimento sociale di tutta la storia dell’umanità”. “Persone normali e fuori dal comune”. “Senza leader, senza guide e controlli centrali che agisce tramite testimonianze, informazione, azioni di massa”. Una biodiversità culturale che come la biodiversità biogenetica ha il potere di limitare il flusso di entropia, aumentare la resilienza, cioè la possibilità di evoluzione, la capacità di adattamento e di cambiamento. Contro la riduzione di complessità, la omologazione e l’eliminazione delle differenze. “Una corrente di umanità” mossa da forza interiore e da una energia dal basso. Lo stesso Hawken, comunque, chiude il suo lavoro con un interrogativo aperto: saprà questa galassia mettersi in rete e riuscire a sgretolare l’inaudita concentrazione di poteri che governa la globalizzazione?

Intervento pubblicato nel sito della Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale

29
dic
09

Il fallimento negli accordi climatici non è un’opzione

I leader mondiali hanno lasciato Copenaghen senza aver raggiunto un accordo in grado di salvare il pianeta. Stati Uniti, Europa ed Australia hanno preferito anteporre i propri meschini interessi economici alla salvaguardia del futuro del nostro pianeta.

A questo link di Greenpeace è possibile mandare una mail, indirizzata a Barack Obama (presidente U.S.A.), Kevin Rudd (primo ministro australiano) e Josè Manuel Barroso (presidente della Commissione Europea). Si tratta di protestare per il mancato raggiungimento di un accordo vincolante per la riduzione dell’inquinamento, ricordando gli impegni che questi signori si erano assunti, in occasione del summit di Copenaghen. Dobbiamo ricordargli che il fallimento negli accordi climatici non è un opzione.

La mail è in inglese, qui la traduco.

Al presidente degli U.S.A., Barack Obama
Al primo ministro australiano, Kevin Rudd
Al presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso

Cari signori,

ci aspettavamo che dal summit di Copenaghen uscisse un accordo sul clima equo, ambizioso e legalmente vincolante per gli Stati. Purtroppo non è stato così.

Gli studi scientifici parlano chiaro: per evitare la catastrofe climatica la crescita delle temperature globali deve arrestarsi al più presto, per poi iniziare a tornare sotto i livelli attuali. Anche una crescita della temperatura di 1,5 gradi potrebbe determinare impatti irreversibili, e una di 2 gradi rischia di portare verso cambiamenti climatici catastrofici. Per questo le emissioni di gas serra devono essere tagliate dell’80% entro il 2050.

E’ in gioco la sopravvivenza delle nazioni più indifese, degli ecosistemi, della biodiversità e alla fine, dell’intera umanità.

Nonostante il vostro fallimento nel raggiungere un accordo, la lotta contro i cambiamenti climatici non è finita.

La decisione di rimandare al 2010 il raggiungimento di un accordo vincolante, vi offre un’ultima occasione per dimostrare la vostra leadership e rispettare le promesse fatte. Per assicurare l’entrata in vigore del futuro accordo, è necessario che rimaniate in carica, nel prossimo anno.

Ci aspettavamo cambiamento da voi. Stiamo ancora aspettando. I prossimi mesi saranno decisivi per voi, per iniziare il cambiamento. Il fallimento non è un opzione. Gli studi scientifici e le loro conclusioni non si possono cambiare, ma si possono cambiare le politiche ambientali. E se non cambieranno le politiche, dovremmo cambiare i politici.

Le nazioni industrializzate portano sulle spalle una responsabilità storica, hanno i mezzi più avanzati per ridurre le emissioni inquinanti ma sono al tempo stesso le nazioni che inquinano di più.

Come leader di questi paesi, vostra responsabilità è di assumervi l’impegno per un drastico ed indispensabile abbattimento delle emissioni.

Da Copenaghen il cosiddetto “Accordo” è stato presentato come un “prendere o lasciare”, giustemente rifiutato dalle nazioni più deboli, un pasticcio nemmeno formalmente adottato dalla Conferenza delle Parti (COP). Questo pasticcio, che non è nemmeno legalmente vincolante per i diversi Stati, è stata una grande concessione alle industrie inquinanti. Proietterà il mondo verso un aumento della temperatura di 4 gradi, con le consueguenze catastrofiche che ne derivano. Un vero accordo, legalmente vincolante, è quello che serve all’umanità.

Voi dovete: assumervi le vostre responsabilità, impegnarvi legalmente ad abbattere le emissioni del 40% entro il 2020, impegnarvi ad aiutare e sostenere i Paesi in via di Sviluppo lungo un percorso di industrializzazione sostenibile, proteggere le foreste tropicali ed affrontare i cambiamenti climatici che ad oggi sono inevitabili.

Questi sono i primi passi per offrire al nostro pianeta il vero Accordo di cui ha bisogno.

Il mondo vi sta guardando, in attesa. Voglio testimoniare come non ci fermeremo finchè non saranno prese tutte le misure necessarie a salvare il pianeta.

Vi prego, agite adesso, per cambiare il futuro!

Sinceramente,
Nome Cognome

Potete mandare la mail, in modo semplice e veloce, da questo link

28
dic
09

La storia si ripete, sempre. Solidarietà agli assetati di giustizia e libertà.

We, the People of the United States…

The Constitution of the United States, Preamble

Apprendiamo come le autorità iraniane stiano mettendo il bavaglio ai giornalisti liberi, per stendere un velo di silenzio sul bagno di sangue di ieri, in modo da poter continuare nella propria opera di repressione atroce con impunità.
Molti giornalisti e bloggers, tra cui Emadoldin Baghi, figura di spicco nella lotta per i diritti umani, vengono arrestati per il fatto di essere testimoni scomodi dell’orrore, da uomini vestiti in abiti civili: i cani vogliono provare a non farsi riconoscere… è tutto così grottesco… non sanno che li riconosceremo sempre, dal loro odore.

Solidarietà agli assetati di giustizia e libertà, sempre.

28
dic
09

Sorella Acqua privatizzata

Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

S. Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature

Ora l’acqua, a quando l’aria? Ricopio integralmente l’appello di Padre Alex Zanotelli, a favore di sorella Acqua, contro la privatizzazione. Ma che possiamo fare, nel nostro piccolo? Beh, intanto potremmo iniziare firmando l’appello, se ne condividete, come me, i contenuti.

“Maledetti voi!”. Per coloro che, il 19 novembre, hanno votato in parlamento per la privatizzazione dell’acqua, non posso usare altra espressione che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca: «Guai a voi, ricchi!» (Lc 6,24). Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua. Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è un diritto umano fondamentale.

Questa è la più clamorosa sconfitta della politica. È la stravittoria dei potentati economico-finanziari e delle lobby internazionali. È la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.

A farne le spese è “sorella acqua”, il bene più prezioso dell’umanità, che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici sia per l’aumento demografico.

Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese (bollette del 30-40% in più, come minimo), ma soprattutto dagli impoveriti del mondo. Se oggi 50 milioni all’anno muoiono per fame e malattie connesse, domani 100 milioni moriranno di sete. Dei tre miliardi che vivono oggi con meno di due dollari al giorno, chi potrà pagarsi l’acqua?

Noi siamo per la vita, per l’acqua che è vita e fonte di vita. Chi ha cantato vittoria, sappia che si tratta di una vittoria di Pirro. A chi si sente sconfitto, chiediamo di trasformare questa “sconfitta” in un rinnovato impegno per l’acqua, per la vita, per la democrazia. Questo voto parlamentare sarà un boomerang per chi l’ha votato.

Il nostro è un appello, prima di tutto, ai cittadini, a ogni uomo e donna di buona volontà. Dobbiamo ripartire dal basso, dalla gente, dai comuni.

Per questo chiedo:
- Ai cittadini: di protestare contro il decreto Ronchi, inviando e-mail ai propri parlamentari; di creare gruppi in difesa dell’acqua a livello locale e regionale; di costituirsi in cooperative per la gestione della propria acqua.

- Ai comuni: di indire consigli comunali monotematici in difesa dell’acqua; di dichiarare l’acqua bene comune, privo di rilevanza economica; di fare la scelta dell’Azienda pubblica speciale (la nuova legge non impedisce che i comuni scelgano la via del totalmente pubblico, dell’azienda speciale, delle cosiddette municipalizzate).

- Agli “Ambiti territoriali ottimali” (Ato): di trasformarsi in aziende speciali, gestite con la partecipazione dei cittadini. (Oggi i 64 Ato sono affidati a spa a totale capitale pubblico). Alle regioni: d’impugnare la costituzionalità della nuova legge, come ha fatto la Regione Puglia; di varare leggi regionali sulla gestione pubblica dell’acqua.

- Ai sindacati: di pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua; di mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.

- Ai vescovi italiani: di proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano, sulla scia della recente enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, la quale si augura che «maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni» (27); di protestare come Conferenza episcopale italiana contro il decreto Ronchi.

- Alle comunità cristiane: di informare i fedeli sulla questione acqua; di organizzarsi in difesa dell’acqua.

- Ai partiti: di esprimere a chiare lettere la propria posizione sulla gestione dell’acqua; di farsi promotori di una discussione parlamentare sulla legge d’iniziativa popolare contro la privatizzazione dell’acqua, firmata da oltre 400.000 cittadini.

L’acqua è l’oro blu del 21° secolo. Assieme all’aria, l’acqua è il bene più prezioso dell’umanità. Vogliamo gridare, oggi più che mai, quello che abbiamo urlato in tante piazze e teatri di questo paese, ben riassunto in queste parole di mons. Giovanni Marra, arcivescovo emerito di Messina: «L’aria e l’acqua sono in assoluto i beni fondamentali e indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili. L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto. Pertanto, si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai comuni organizzati in società pubbliche, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione al costo più basso possibile».

Padre Alex Zanotelli, uomo di Chiesa

Per firmare l’appello, mandate una mail con oggetto “aderisco” all’indirizzo beni_comuni@libero.it

27
dic
09

Per non dimenticare i Fratelli Cervi – 28/12/1943 – Pane e Pace!!!

Ho l’onore di abitare in una via dedicata ai sette Fratelli Cervi, eroi italiani vissuti per la libertà, tristemente quasi sconosciuti. Non dimentichiamoli.


La notte fra le sbarre, fin dove soffia il vento

intatte, vedi splendere 7 stelle d’argento

7 stelle dell’Orsa, come 7 sorelle

i cani non potranno fucilare le stelle…


I sette fratelli si chiamavano: Gelindo, nato nel 1901; Antenore, (1906); Aldo, (1909); Ferdinando, (1911); Agostino, (1916); Ovidio, (1918); Ettore, (1921); avevano anche due sorelle, Diomira e Rina.

Il 28 Dicembre 1943 tutti i sette fratelli Cervi, ed il patriota Quarto Camurri vengono fucilati, all’alba, nel poligono di tiro di Reggio Emilia, dai fascisti.

La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina della zona del basso reggiano. Mezzadri per lungo tempo, cioè contadini senza la proprietà della terra, i Cervi, guidati dal padre Alcide e dalla madre Genoveffa Conconi, sono costretti a spostarsi da un podere all’altro, finchè non riescono ad ottenere un podere in affitto.

I Cervi hanno idee rivoluzionarie nella conduzione dei campi e delle stalle. Loro non si accontentano di sopravvivere come tutti: per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento capiscono che bisogna usare il cervello oltre che i muscoli. Pertanto, pur avendo a disposizione un podere non florido, si impegnano a trasformarlo radicalmente anche e soprattutto tramite i nuovi studi sull’agricoltura. E ci riescono.

Nonostante infatti la scarsa alfabetizzazione della campagna, i Cervi sanno leggere e capiscono l’importanza della cultura, per cui incrementano senza sosta la loro biblioteca casalinga, di cui fanno parte fra l’altro libri sull’apicoltura e sula crescita del frumento e dell’uva.

Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione, abbracciando il futuro, iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l’emblema del Museo Cervi oggi.

E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla lotta per la libertà e l’uguaglianza, dalla stalla alla società.

La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ’800 e ’900 si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista e dalla rete cattolica.

La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia  che il regime impone sul paese. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.

Essere antifascisti durante il regime, però, significava necessariamente clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio che sta correndo, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.

Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.

Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime, ed i Cervi sono sempre costantemente controllati dai fascisti.

Intanto, per l’Italia, il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 Luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pasta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta della tirannia.

La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 Settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà contro l’occupazione tedesca, e ancora una volta contro il fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste.

La famiglia Cervi partecipa attivamente alla lotta anti-fascista partigiana: fin dall’inizio della seconda guerra mondiale la casa dei Cervi è diventata porto sicuro per tutti gli antifascisti ed i combattenti per la libertà, tra cui i prigionieri stranieri riusciti a fuggire dai campi di sterminio, ma dopo l’8 Settembre i Cervi intensificano sempre più la loro attività di Resistenza.

Nella notte tra il 24 e il 25 Novembre 1943, durante un rastrellamento, vengono sorpresi nella loro abitazione dalle pattuglie fasciste. Dopo uno scontro a fuoco, i fascisti decidono di incendiare il fienile e la stalla. I Cervi si arrendono per salvare la vita delle loro donne e dei bambini e vengono trasportati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Qui vengono torturati fino al giorno del loro omicidio, avvenuto per mano fascista il 28 Dicembre 1943.

I fratelli Cervi sono stati insigniti con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Se volete approfondire le vicende dei Cervi: Istituto Alcide Cerviwikipedia, da cui ho attinto liberamente per questo post.

26
dic
09

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Ubuntu è un sistema operativo libero e gratuito basato su Linux, che unisce stabilità, sicurezza e facilità di utilizzo. È perfetto per computer portatili, desktop e server e fornisce applicazioni adatte ad ogni esigenza, per l’uso in casa, a scuola o al lavoro.

Libero e gratuito

Ubuntu è, e sarà sempre, libero e completamente gratuito. Non dovrete mai pagare alcun costo di licenza. Scaricate Ubuntu, usatelo e condividetelo con i vostri amici, familiari o colleghi di lavoro.

Edizioni regolari

Il team di Ubuntu rilascia una nuova versione ogni 6 mesi, in edizione desktop e server. Questo significa che avrete sempre il software più innovativo che il mondo open source ha da offrire!

Massima sicurezza

Ubuntu è stato progettato per essere sicuro al 100%. Gli aggiornamenti di sicurezza sono garantiti per almeno 18 mesi, che nelle versioni con supporto a lungo termine (LTS) diventano 3 anni per l’edizione desktop e 5 per quella server.

Installazione semplice e veloce

Tutto ciò di cui avete bisogno è contenuto in un solo CD, che grazie alla semplice installazione grafica vi permetterà di avere un ambiente di lavoro completo in appena 25 minuti! Se non bastasse, oltre 20000 pacchetti software sono disponibili via internet, alla portata di un “clic”!

Pronto all’uso

Subito dopo l’installazione il vostro sistema sarà immediatamente pronto all’uso!
Nell’edizione desktop troverete un set completo di applicazioni per l’ufficio, per navigare in internet e gestire la posta elettronica, per la grafica e per l’intrattenimento!
Nell’edizione server ci saranno solo le componenti essenziali per essere subito operativi.

Cosa significa “Ubuntu”?

Ubuntu prende il nome da un’antica parola africana che significa umanità agli altri, oppure io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti. Il sistema operativo Ubuntu porta lo spirito di Ubuntu nel mondo del software.

24
dic
09

The limits of control

The limits of control” ed io ci siamo fatti compagnia ieri notte, ed è stato molto piacevole. Regia del newyorchese Jim Jarmusch, la pellicola narra il percorso che un uomo deve compiere per giungere al proprio obiettivo. Un film tagliente, geometrico, dolcemente incompleto, che lascerà le persone più dormienti indifferenti, ma che può far riflettere molto chi ha gli occhi un po’ più aperti.

Provo a spiegare, viaggiatore, le mie impressioni su questa pellicola.

Un killer camerunense viene assoldato da una misteriosa organizzazione, composta da persone di diverse nazionalità, per assassinare un uomo. Questa persona, un pezzo grosso, è uno di quelli che muovono le leve del potere, di quelli che decidono le sorti delle altre persone.  Talmente importante, talmente rappresentativa del potere che diventa simbolo di tutto quello che questo potere ha significato e significa nella vita quotidiana. Ecco il motivo per cui viene assoldato il killer africano: si tratta di un simbolo da colpire, da eliminare.
L’uomo di potere ovviamente sa tutto questo, ed è per questo che vive in un bunker iper-tecnologico in mezzo al deserto spagnolo, sorvegliato da vigilantes armati fino ai denti, con tutta la moderna tecnologia a difenderlo (e a ben guardare, a difendere se stessa, essendo l’industria bellica il primogenito di ogni sistema di potere). Una fortezza all’apparenza inespugnabile, inavvicinabile.

Ci sono diverse sfumature e piani di significato che si intrecciano nel film, ma ne voglio suggerire due, i più evidenti e semplici da cogliere, per non rovinare completamente la visione di questo capolavoro.

1) Questa persona di potere è un burattinaio, muove i fili, è il capo della stanza dei bottoni… Si può dire, all’apparenza, che abbia tutto. E’ rispettato, temuto, ha “tutto” nella vita: soldi, ricchezza, fama, potere, eccetera eccetera…. Ma siamo proprio sicuri, navigatore, che le cose stiano proprio così? Siamo sicuri che sia un burattinaio e non una marionetta, non un burattino anche lui? O meglio, è davvero libero un uomo che ha costantemente paura? Un uomo che deve passare la propria vita nascosto, per paura di essere eliminato? Un uomo che vive sotto terra non è un uomo libero, dunque non è un uomo, diventa una talpa, un verme.
Ciò accade inevitabilmente, perchè il potere è disumanizzante, è una creatura che finisce per ingoiare ogni cosa, compresi i propri strumenti. Il potere non accetta divisioni.

2) Il titolo del film è “I limiti del controllo”. Qual è il limite del controllo?
Il limite del controllo è quello di fallire di fronte ad una persona che vuole veramente essere libera, senza condizionamenti, senza catene. Il controllo non può esercitarsi sulla sete di libertà delle persone veramente libere.
Il regista è molto bravo nel suggerirci questo. In una scena del film ci mostra il bunker, inespugnabile ma allo stesso tempo ci mostra la determinazione del killer. Nella scena immediatamente successiva, l’uomo di potere entra nel proprio ufficio sotterraneo, si siede e si accorge che nella stanza, sul divano, è seduto il killer, tranquillo.
Alla domanda dell’uomo di potere “Come diavolo ha fatto ad entrare qui?”, il killer risponde “Ho usato la mia immaginazione”.
In questo scambio c’è il significato del film, il suo inno alla libertà. Il controllo, il potere è talmente auto-referenziale, talmente innamorato di se stesso, da essere sconvolto, irretito, instupidito dalla possibilità che accada un evento al di fuori di quanto programmato e deciso a tavolino. Ecco la scintilla che incendia il sistema, la persona libera che scardina i principi del controllo.

24
dic
09

Benvenuto, viaggiatore ovvero il senso di zuppa di neve

Fatti ma sopratutto segni neri sul bianco, pensieri in immagini, immagini in parole. Lascia decantare la mente e riallinea le tue priorità alla vita che ti circonda. Accetta il mistero, fallo a pezzi per poi ricostruire il tuo proprio senso, il sentiero del tuo mistero. Si snoda sinuoso lungo le strade e nei giorni. Cadrai, sarà spesso la notte a tenerti la mano ma sarà il tuo proprio sentiero.

Non ti serve null’altro al di fuori di quello che sei, per navigare la vita.

Non ti serve nulla di quello che vedi, per essere te stesso, nulla di quello che ti dicono, nemmeno queste parole. Ritrova le tue ali, riacquista il senso delle cose, dobbiamo tornare ad abbracciare il nostro cuore… liberati dalle catene, da quando sei nato ti hanno imposto catene, sono dappertutto… hanno paura delle persone libere perchè una sola persona libera può far saltare tutto il sistema, questo sistema così oppressivo, ben oliato, aberrante. Ma è estremamente nitido e chiaro nella sua brutalità e dunque vulnerabile, un sistema che è prigione per le nostre anime.

La via per ritornare ad essere uomini è privazione, rinuncia, smantellamento delle nostre sovrastrutture, dei conformismi e degli inganni. Segui solamente le tue emozioni, vivendo di carità verso il fratello, di rispetto per te stesso, di amore per tutto il creato.

Nonviolenza significa impegno.

Dobbiamo costruire una società migliore, come possiamo guardare negli occhi i nostri figli, i nostri nipoti, altrimenti? Chi potrebbe guardare negli occhi il proprio figlio, il proprio nipote, non avendogli insegnato a liberarsi dalle proprie catene? O vogliamo mettere al mondo e crescere degli schiavi?

Il cambiamento inizia adesso, se sei arrivato a leggere fino a qui e sono riuscito a farti riflettere.

Il cambiamento inizia adesso.




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