Archivio per gennaio 2010

31
gen
10

Vendere debiti

Pubblico l’articolo “Il Punto di Non Ritorno” dal Blog di Grillo

Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell’immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L’innalzamento del debito ha avuto come effetto l’aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l’unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: “Quando si raggiunge il punto di non ritorno?”. E’ semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un’altra domanda che ci si deve porre è: “Quali Stati hanno più probabilità di fallire?”. Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell’UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l’offerta continua di Temorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell’economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: “Fallirà prima l’Italia o la Grecia?”. Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un’assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L’Italia è prima assoluta, con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

27
gen
10

Nel giorno della memoria – Primo Levi

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

P. Levi – Se questo è un uomo

23
gen
10

Belle dentro – Veline in politica

Riporto integralmente l’articolo su Repubblica di Francesco Bei.

Il gran ritorno delle Veline – candidate per ordine del Cavaliere

ROMA – “Questo Migliori avrà anche esperienza ma non ha proprio il fisico adatto, qui ci vuole una bella donna”. Decisamente non ha fatto colpo sul Cavaliere l’ex An Riccardo Migliori, salito ieri a palazzo Grazioli per perorare la sua candidatura a governatore della Toscana. Il fatto è che la preferenza del premier per il sesso femminile (che nel caso toscano dovrebbe portare alla scelta di Monica Faenzi, ex sindaco di Castiglione della Pescaia) abbraccia tutto lo Stivale.

Ci risiamo? Stavolta, oltretutto, senza nemmeno l’impiccio di una Veronica che – come accadde in occasione delle ultime europee – protesta contro il “ciarpame”. Insomma, sembra che da qualche giorno a palazzo Grazioli sia ricominciato un certo andirivieni. Ed è il primo indizio. Silvio Berlusconi ha poi ripreso da un paio di settimane a frequentare il negozietto di bigiotteria a via degli Astalli, dove vendono le famose farfalline e tartarughine. E siamo al secondo indizio. Inoltre c’è il tam-tam di “Radio Pdl”, che riferisce di una precisa richiesta ai coordinatori che stanno compilando i listini delle regionali: in ogni Regione due posti vanno lasciati a disposizione “per il Presidente”. A chi andranno questi seggi (sicuri) che la legge attribuisce al governatore vincente? Le indiscrezioni puntano sempre al medesimo identikit: donna, giovane e carina, spesso legata allo “showbiz”.

La bella Francesca Pascale, del club “Silvio ci manchi”, carriera comica a “Telecafone”, dovrebbe trovare rifugio nel listino laziale della Polverini. Ma si parla anche di Daniela Martani, l’ex hostess Alitalia protagonista del Grande Fratello9. Mentre Chiara Sgarbossa, ex Miss Veneto, meteorina al Tg4, ha puntato al listino di Zaia. Dalle feste a villa Certosa arriva invece la barese Graziana Capone, laurea in Giurisprudenza, soprannominata l’Angelina Jolie delle Puglie. Tanto per far capire come la pensava, lo scorso agosto concesse un’intervista a “Novella” in cui paragonava Berlusconi a Gesù (“come lui anche il presidente parla ai giovani”) e se stessa alla moglie del premier (“magari sarò la nuova Veronica”). In alternativa a un posto da consigliere regionale, c’è chi giura che la “Lara Croft” del Tavoliere possa planare dritta all’ufficio stampa di palazzo Chigi.

C’è poi il listino della Lombardia. E qui val la pena riportare la voce che riguarda Lucia Ronzulli, la fisioterapista del Cavaliere diventata eurodeputata. Dopo l’aggressione di piazza Duomo la Ronzulli si è istallata a casa del premier per seguirne la convalescenza e la sua crescente influenza sul Capo ha dato la stura all’invidia dei berlusconiani, tanto che il nomignolo che le è stato affibbiato nel Pdl è quello di “Rasputin di Arcore”. Rasputin-Ronzulli avrebbe quindi sussurrato nell’orecchio di Berlusconi il nome di un suo collega fisioterapista. Ma questi dovrà vedersela con l’igienista dentale del Cavaliere, con il suo geometra di fiducia (Francesco Magnano), con il massaggiatore del Milan e con la giovane Silvia Trevaini, già finalista di Miss Muretto, poi in forza a Studio Aperto. Proprio l’affascinante Trevaini partecipò, insieme ad altre trenta ragazze, al famoso “stage” a via dell’Umiltà prima delle Europee 2009. Quello che portò alla lettera della Lario contro Berlusconi.

Sofia Ventura, la politologa di Farefuturo che innescò per prima il caso “veline”, oggi ascolta “incredula” i rumors sulle liste: “Mi auguro che non sia vero. Dopo tutto quello che è successo mi sembrerebbe davvero strano che Berlusconi facesse una scelta di questo genere. Ma forse sono solo un’ingenua”.

21
gen
10

Uto Ughi

Ho sentito interpreti straordinari anche con violini meno famosi. Il suono viene da dentro di noi, non da fuori.

Uto Ughi

Diodato Emilio Ughi nasce a Busto Arsizio il 21 Gennaio 1944.

Già a dodici anni Uto Ughi veniva considerato un artista tecnicamente ed espressivamente maturo. È  uno dei massimi esponenti della scuola violinistica italiana ed è fra i massimi interpreti contemporanei. Oltre alla straordinaria capacità musicale, è anche un bravo divulgatore ed insegnante di musica, impegnato in mumerose iniziative per l’educazione musicale (esempio: uto ughi racconta la musica, sulla RAI)

20
gen
10

Fellini e Lynch

Nati entrambi il 20 Gennaio. Stesso giorno, anni diversi, luoghi diversi, stesso genio. 1920 a Rimini, Fellini. A Missoula, Montana, 1946, Lynch.

Il cinema è espressione figurativa, materializzazione delle proprie fantasie, intendendo per fantasia quanto di più vero e autentico abita nell’uomo.

F. Fellini

Fellini, pur essendosi attenuto alla grammatica neorealista, la supera, introducendo nei film la dimensione dell’inconscio, creando i propri personaggi direttamente nella fantasia e nel sogno, in uno slancio festoso e ammorbante, venefico. Uno slancio vitale, umanissimo. Lynch è il sogno di Fellini che si muta in incubo, è la visione moderna dell’alienazione, è una droga allegata al tuo quotidiano preferito… è il bacio che a metà della notte si trasforma in qualcosa di intraducibile, di primitivo e terribile, non facendoci dormire più, e nemmeno ricordare. Solo lasciandoci con qualche gocciolina gelata sulla schiena, in omaggio a quello che (non) abbiamo visto.

18
gen
10

10 Domande a Greenpeace Italia – Il mare di tutti

Questa settimana il nostro blog ha il piacere di ospitare l’intervento di Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, a cui vanno i miei ringraziamenti per la cordialità e la gentilezza. Parliamo del nostro mare, oggi.

Allora, la Convenzione di Barcellona sul Mediterraneo. Pregi e zone “grigie” dove intervenire

I punti specifici sono molti, ma sopra a tutto c’è la “questione Governance” (vedi link). In pratica, sono decenni che la legislazione (e l’amministrazione) dell’ambiente fa il “vaso di coccio” in mezzo a “vasi di ferro” (Pesca, Trasporti, Industria…). Se vogliamo fare sul serio dobbiamo integrare questi aspetti e, soprattutto, garantire che le questioni ambientali non siano trascurate per vantaggi economici a breve. Ad esempio, ci avessero sentito venti anni fa quando dicevamo che la pesca a strascico doveva essere allontanata subito dalla costa oggi i pescatori forse se la passerebbero meglio. I fondali (e i pesci) sicuramente…

Si piange sui capodogli spiaggiati e si continua ad avvelenare senza sosta il loro habitat…

Si fa anche di peggio, in Italia. Abbiamo ricontato (estate 2008) le balenottere comuni e le stenelle del Santuario dei cetacei, dopo l’ultimo censimento del 1990 (ma il Segretariato del Santuario che fa?). Le stenelle sono la metà e abbiamo trovato solo un terzo delle balene attese. Facendo il paragone, i Giapponesi (con la loro caccia baleniera) sono dei veri “amici degli animali”, in confronto! (Vedi link)

Nel Giugno 2009 avete pubblicato “Un mare d’inferno”, sulla situazione del Mediterraneo. In quali ambiti può innestarsi una decrescita economica felice, nella salvaguardia del nostro Mediterraneo?

Per salvarci dall’incubo del cambiamento climatico ci sono due cose importanti che dobbiamo fare. La prima è avviare una Rivoluzione Energetica che ci tiri fuori dalla trappola dei combustibili fossili. Non è uno scherzo e ci vogliono decisioni rapide e fondi: anche per questo siamo contro la “ruberia nucleare” che distrae risorse dal compito urgente di aumentare l’efficienza energetica dei nostri sistemi, avviare produzioni di energia da risorse rinnovabili in grande scala e realizzare una rete di distribuzione “intelligente” che ci permetta di usare al meglio un sistema decentralizzato di produzione “verde”.

Ma il cambiamento climatico c’è già. Bisogna quindi mettere “al sicuro” gli ecosistemi terrestri e marini. Smetterla di devastare il territorio, di avvelenare aria, fiumi e mari è importante. In mare, si deve smettere la pesca eccessiva e distruttiva. Ma, in mare come a terra, è necessario che una porzione sufficiente degli ecosistemi sia posta sotto tutela. Per il mare, abbiamo proposto una rete mondiale di Riserve Marine (aree no take/no dump, in cui sia vietato prelevare risorse e immettere sostanze pericolose) che copra il 40% degli oceani: un dato che viene dalla ricerca, non da Greenpeace.

Link: Rapporto “Un mare d’inferno”

Link: Riserve marine nel Mediterraneo

Link: Global network delle riserve marine

Quali saranno i prossimi snodi vitali, nell’immediato futuro per la tutela del mare? Tecnologie, appuntamenti, problematiche…

La tecnologia senza la volontà e il governo non serve a niente (casomai, serve a far danno). Ripeto: il problema principale è passare dal concetto di “zona franca” a quello di “mare di tutti”. E’, lo ripeto, un problema di governance. Nel Mediterraneo stiamo cercando di avviare un processo di questo tipo (abbiamo prodotto un documento per i delegati della XVI conferenza delle parti della Convenzione di Barcellona) ma ovviamente non è semplice. Un altro punto importante sarà capire se l’UE col mare vuol fare sul serio. Un utile banco di prova è messa a punto della nuova Politica Comune della Pesca: staremo a vedere se la lobby dei pescatori (credo sia meno di qualche millesimo del PIL) continuerà a dettare legge su una risorsa che a regola dovrebbe essere condivisa…

Trovo molto intelligente la leva economica per sollevare le coscienze, leva che spesso ricorre nelle vostre battaglie. Ad esempio: se diciamo che bisogna tutelare la biodiversità marina, nessuno ascolta. Se invece diciamo che non tutelando la biodiversità, si avranno ricadute sull’attività economica, turismo e pesca in primis.. beh, allora qualcuno potrebbe ascoltare. Molto efficace.

E’ bene evitare di confondere lo strumento con il fine. Il nostro obiettivo è quello di modificare il rapporto (auto)distruttivo società-ambiente. L’esperienza è che (almeno in Italia) i grossi marchi rispondono meglio della politica. Sul mare, di grandi “brand” ce ne sono pochi, ma è vero ad esempio che esistono interi territori vocati al turismo: se aprissero gli occhi capirebbero che la tutela del mare è nel loro interesse.

Spesso vi trovate ad incrociarvi con i pescatori. Ci potete descrivere questo rapporto?

Continuo a rifiutarmi di credere che non esistano pescatori onesti. E continuo a credere che i pescatori onesti stanno dalla nostra parte. Con gli altri il rapporto è spesso burrascoso. L’ultima spadara che abbiamo intercettato a Pantelleria quest’estate aveva a bordo 13 km di rete completamente illegale, 2 palamiti senza alcuna licenza e una trentina tra tonni (senza quota di pesca, e sotto la taglia minima) e pesce spada (quasi tutti sotto la taglia minima). Non erano contenti…

Perchè in Italia, non si riesce a capire l’importanza della tutela del mare, anche in chiave turistica? Cito ad esempio la figuraccia nella questione tonno rosa di fronte al resto d’Europa. Abbiamo 7458km di coste…

Il tonno è rosso, non rosa. Purtroppo gli italiani pensano al mare solo 2 settimane l’anno. E a quel punto pretendono che sia pulito e magari pieno di pesci. Troppo facile. Come troppo facile è dare la “colpa” alla “politica”. La politica siamo noi.

Un risultato di cui andate fieri ed un prossimo progetto per il mare.

Ormai le spadare sono sul viale del tramonto. La situazione era già migliorata nel 2002 con il bando che avevamo vinto nel 1998, ma poi non ce ne siamo più occupati (dietro ad altre priorità) e il problema è rispuntato fuori. Adesso i controlli si fanno davvero e nel 2009 pare sia andata assai meglio. Lo stesso per la pesca al tonno rosso. Ma possiamo esserci dappetutto? Ovviamente no. E quindi… hai voglia di progetti!

Come ognuno di noi, può fare qualcosa, di concreto?

Siamo tutti “utilizzatori” di risorse che vengono dal mare. A parte l’aria che respiriamo (che proviene al 50% dal fitoplancton marino) e su cui sconsiglio di economizzare, ci sono un sacco di altre “risorse” del mare che sprechiamo. Troppi dei pesci che mangiamo sono pescati con sistemi distruttivi o vengono da popolazioni ormai esangui. E poi continuiamo a costruire case, strade, porti e a devastare la costa che è uno dei “luoghi critici” del nostro mare. Usiamo e gettiamo via materiali pericolosi (veleni di vario tipo sotto forma di detersivi ecc…), contribuiamo con le nostre automobili, e in genere con un uso inefficiente dell’energia, a distruggere il clima del pianeta.

In due parole: siamo ignoranti. Quello che ognuno puo fare quindi è capire, informandosi e da più fonti, quel che stiamo facendo, tutti noi, all’unico pianeta che abbiamo. E poi decidere di conseguenza.

Ci parlate del veliero Rainbow Warrior III? Mi sembra non solo un esempio di ingegneria verde, ma il simbolo di una coscienza ambientale che deve necessariamente rinascere, in questi tempi. Rinnovarsi non serve più. (NDA: Il Rainbow Warrior III è stato commissionato ex-novo, prima volta per un’ammiraglia di Greenpeace, invece che essere un veliero rimesso a posto)

E’ vero. Fino ad ora abbiamo “solo” risistemato imbarcazioni che già navigavano. Il problema è che risistemarle secondo gli standard di Greenpeace comunque costa molto e comunque… ci sono limitazioni strutturali. Considerata anche la vita più lunga (si spera…) di una nave costruita ex novo e, chi l’avrebbe mai detto, il fatto che la recente crisi economica ha causato anche una diminuzione notevole dei costi… alla fine abbiamo deciso di provarci. E’ una sfida perché sarà una nave con propulsione mista (quindi, anche a vela) ma con un ponte porta elicotteri. Ovviamente, con il massimo possibile di efficienza energetica e con il minimo delle emissioni. Spero, anche con il massimo delle emozioni!

16
gen
10

un paese verso il default, e nessuno ne parla…

Oggi rimando ad un articolo sul blog di Beppe Grillo, sul debito pubblico.

Un mostro acefalo che incombe su tutti noi: fino ad adesso hanno scaricato questa insana creatura sulle prossime generazioni, all’insegna del “pagheranno i nostri figli”. Stiamo parlando di qualcosa come 1800 miliardi di Euro. E nel 2010? Dove arriverà? Quali nuovi record negativi? Ogni italiano ha un debito, contratto per lui dallo Stato, di circa 30.000 euro. Le entrate fiscali sono calate del 3,4% in un anno, le spese sono salite dell’11,1% Una gestione folle dell’economia. Qualcuno ne parla? No, ovviamente…

Qui il link all’articolo completo

15
gen
10

I have a dream – Martin Luther King

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente.

Brano dal discorso in occasione della marcia della pace di Washington.

Ad Atlanta, il 15 Gennaio 1929 nasce Martin Luther King jr.

Politico, attivista e pastore protestante, leader dei diritti civili. È stato il più giovane Premio Nobel per la pace della storia (nel 1964 a soli 35 anni)

L’impegno civile di Martin Luther King è esemplificato in due testi molto significativi: nella Letter from Birmingham Jail (Lettera dalla prigione di Birmingham), scritta nel 1963, e in Strength to love (La forza di amare).

Apostolo instancabile della resistenza non violenta, eroe e paladino dei reietti e degli emarginati, “redentore dalla faccia nera”, Martin Luther King si è sempre esposto in prima linea affinché fosse abbattuta nella realtà americana degli anni cinquanta e sessanta ogni sorta di pregiudizio etnico. Ha predicato l’ottimismo creativo dell’amore e della resistenza non violenta, come la più sicura alternativa sia alla rassegnazione passiva che alla reazione violenta preferita da altri gruppi di colore, come ad esempio, i seguaci di Malcolm X.

Il 4 Aprile 1968, dopo una crescente ondata d’intimidazioni e minacce di morte, viene assassinato, mentre è affacciato ad un balcone del Lorraine Motel di Memphis.

“Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze, con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Andremo incontro alla vostra forza fisica, con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e così la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo.

da “La forza di amare”

28 Agosto 1963, Brano del discorso in occasione della marcia della pace, a Washington

Testo del discorso
Traduzione italiana

13
gen
10

I libri come semi – 10 domande a Gianluca Ferrara

Gianluca Ferrara è uno scrittore ed editore o meglio “seminatore d’idee”. Lo ringrazio moltissimo, per la gentilezza nell’avermi concesso quest’intervista.

Ci racconti la nascita e la scintilla per creare Edizioni Creativa?
La scintilla, quella decisiva che ha acceso questo laboratorio culturale, l’ho avuta nel 2005. Sentivo forte e sento oggi, ancor più di ieri, la necessità di trasmettere dei messaggi propositivi e costruttivi, che facciano riflettere e sognare.

Cosa significa essere seminatore d’idee, piuttosto che editore?
Vedi, sono convinto che i libri siano come dei semi che possono germogliare nell’animo di ognuno di noi e cambiarlo. Il termine editore non mi piace perché è soprattutto legato solo al freddo aspetto commerciale, in troppi si vantano e diventano egocentrici facendo questo lavoro, pensa che una volta ho conosciuto una persona, aveva appena aperto una casa editrice, che mi diede un bigliettino da visita personale con scritto nome, cognome e in basso “editore”. Capisci non era scritto il nome della casa editrice, ma il termine editore, lui ci teneva ad essere riconosciuto con quel termine. Alle volte abbiamo bisogno di parole per sentirci importanti. Francamente, specie per chi fa questo lavoro che dovrebbe veicolare pensieri, è triste.

Quali sono le difficoltà maggiori che affronti, ogni giorno, come editore?
Sono diverse, forse la più insidiosa è quella di cercare di battersi per trovare spazio in un mercato monopolizzato dai grossi gruppi editoriali che puntano a vendere libri come se fossero noccioline, dando poca importanza ai contenuti.

Ci parli di Dissensi?
Dissensi è un marchio editoriale nato dall’anonima collana di Edizioni Creativa. Sono saggi che hanno l’obiettivo di contro informare, suscitare entusiasmo e consapevolezza della realtà in cui viviamo. Una società governata da una dittatura dell’effimero. Di recente abbiamo pubblicato il testo del missionario teologo Arturo Paoli (Il cuore del Regno), quello della giornalista Sonia Toni (Così parla l’econauta) a cui hanno partecipato Beppe Grillo, Dario Fo, Luciano Ligabue, Red Ronnie, don Ciotti, Antonio di Pietro. Di questo libro prossimamente se ne dovrebbe occupare anche Striscia la Notizia.

Cosa dire ai giovani autori o agli aspiranti piccoli editori?
Di credere nei loro sogni ma rompersi la schiena per realizzarli.

Una misura concreta per migliorare un po’ il panorama editoriale italiano.
Boicottare determinate case editrici, comprare in modo oculato, cercare di informarsi sulla storia della casa editrice. Ma anche cercare di comprare dal piccolo libraio indipendente, valorizzare l’acquisto on-line. Si dovrebbe evitare di rendere possibili gruppi editoriali che monopolizzano il mercato, vietare gli sconti… Ma il discorso è lungo…

Parlaci di un bel progetto a cui ti stai interessando o che hai nel cassetto.
Sono diversi… per Dissensi uscirà il nuovo libro del missionario Daniele Moschetti a cui parteciperanno Vittorino Andreoli e il vescovo di Campobasso Bregantini.

E un progetto sfumato, che avresti voluto e che non sei riuscito a realizzare?
Non ho rimpianti, guardo avanti. Anche se alcuni libri belli li avrei voluti pubblicare.

Un tuo spazio internet si chiama “con gli ultimi“. Di che si tratta?
E’ uno spazio solidale dove concretamente si vuole essere d’ausilio a chi è rimasto indietro. Oltre alle parole occorre cercare di essere cambiamento in modo pragmatico.

Un libro che ti ha davvero colpito e che puoi consigliarci?
Il Vangelo.

In Primavera, per Castelvecchi Editore, uscirà l’ultimo libro di Gianluca Ferrara, il saggio “Nonostante il Vaticano”. Introduzione di Beppe Grillo, con interventi di Padre Alex Zanotelli, Don Andrea Gallo e Don Vitaliano Della Sala.

12
gen
10

Donne, oggi – PeaceReporter intervista Michela Marzano

Pubblico un’interessante intervista, dal sito di PeaceReporter. Michela Marzano è una filosofa italiana che insegna all’Università di Parigi. E’ considerata una degli intellettuali più influenti in Francia. Intervistata in occasione della lezione magistrale tenuta a Bologna nell’ambito di Gender Bender (festival dedicato alle rappresentazioni del corpo e ai lavori che si occupano delle identità di genere e di orientamento sessuale) che quest’anno si occupa del corpo femminile e intitolato Colpo di grazia. Gender Bender infrange il mito della donna in vetrina. La sua attenzione è spesso legata ai modelli femminili, schiacciati da stereotipi che le vorrebbero schiave dell’immagine e dell’apparenza. Donne combattute fra la coscienza del proprio corpo e la negazione dei limiti che impongono allo stesso di non accettare i segni imposti dall’età e dalla malattia in nome di una sorta di onnipotenza che spesso le trasforma in oggetti e merce di scambio. “Infrangere il mito della donna in vetrina.” Solamente così “si esce dalla prigione in cui ci si trova, dove il corpo è ridotto a merce di scambio o prigione del silenzio. Il fine del mio discorso è dimostrare l’importanza del pensiero critico, dell’analisi, della presa di parola. Fra gli scopi della filosofia del corpo c’è quello che la riflessione diventi incarnata superando la divisione anima corpo”. “La tendenza è pensare che la filosofia debba occuparsi solo di spirito, ma l’uomo, in quanto essere razionale, lo è solo se incarnato. È necessario uscire dal mito secondo cui uomini e donne sono esseri razionali disincarnati”. La giovane filosofa porta avanti, come lei lo definisce, “un pensiero che balbetta, che non ha certezze, né verità assolute, ma verità incarnate appunto”. Pone l’accento su “categorie che non si devono opporre, ma conciliare, vale per le dicotomie anima/corpo, uomo/donna, pubblico/privato”. La Marzano indica una via da seguire “rinaturalizzare il corpo per giungere ad una vulnerabilità che si confronti con i limiti”. La pensatrice si chiede quale posto occupi l’immagine nella nostra società consumistica, “il corpo” dice “è in bilico tra essere/apparire, specchio/maschera, essere/avere. Il corpo specchio mostra parte del proprio essere, ma può essere anche specchio infedele che nasconde ciò che siamo profondamente”. Parla di “donne in difficoltà soprattutto in Italia dove la società è ancora arcaica e machista e si chiede se “è libertà trasformare il proprio corpo in risorsa-merce”.

Dove sono finite le battaglie delle femministe?
Eh… (sospira e fa una pausa, ndr). Non lo so. È questo il problema. È come se in questi ultimi 15 anni ci fosse stato un cedimento da parte delle donne, come se si fossero progressivamente addormentate senza rendersi conto che le lotte devono continuare. Appena si abbassa la guardia il pericolo è dietro l’angolo. C’è sempre il rischio di una regressione, di perdere delle conquiste importanti. In Italia, rispetto alla Francia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, non mi spiego come mai non ci sia stata una trasmissione di valori, è come se qualcosa si fosse rotto a livello generazionale.

Di chi sono figlie queste donne?
Di chi “siamo” figlie? Di donne che si sono impegnate e poi hanno pensato che la situazione fosse stata definitivamente risolta mentre non era così. Ho 40 anni e le mie coetanee sono cresciute con l’idea che ci fosse una parità e che niente fosse definitivamente conquistato, ma si dovesse continuare ad impegnarsi, con la speranza che questo desse dei frutti. Se osservo le giovani donne di oggi, le ragazze di 20 anni, sono spaventata. Ho la sensazione che non si pongano più una serie di questioni. È come se tutto dovesse restare com’è, e che l’aspirazione più grande fosse quella di andare in tv e diventare una velina. Questo per me rimane un mistero.

Paradossalmente crede che fossero migliori i tempi delle nostre madri?
La situazione era molto difficile negli anni ’60, non so se le donne stessero meglio allora rispetto ad oggi, hanno fatto delle lotte straordinarie che hanno dato dei risultati. Ciò che è triste oggi è la sensazione che queste lotte non continuino e che la famosa uguaglianza reale a cui si aspirava non sia ancora stata raggiunta. La situazione delle donne di oggi è di frustrazione. C’erano tante speranze e molte di queste non si sono realizzate.

Cosa servirebbe ora, dopo il successo dell’appello, un movimento, scendere in piazza?
Secondo me bisogna tornare ai fondamentali, è una questione di educazione. Noi tutte ci dobbiamo mobilitare in quanto insegnanti. È una questione culturale di trasmissione di valori, conquiste, lotte. Negli ultimi anni il vero problema in Italia è stato un crollo culturale, educativo e di trasmissione. Oggi si raccolgono i miseri frutti di una società che ha creduto non fosse più importante mettere l’accento su valori come la formazione e la cultura, su tutto quello che è considerato inutile, come la letteratura, la filosofia. Si insegue un risultato immediato, contano le formazioni tecniche, si deve avere tutto a breve termine e ciò che implica una riflessione o un approfondimento a lungo termine, non interessa.

Uno slogan femminista degli anni ’70 è stato “io sono mia”. Non crede forse che oggi se ne sia travisato il senso, facendo un uso del corpo come oggetto?
È come se in Italia ci fosse una spaccatura tra due modi di vedere il ruolo della donna e i diritti, da un lato la società patriarcale, machista, tradizionale, dall’altro una posizione che definirei libertaria. Mi spiego meglio, da un lato la società machista e vecchio stile, come se ancora una volta fossero gli uomini gli unici in grado di decidere su una serie di questioni. Abbiamo visto l’estate scorsa cos’è successo intorno alla pillola RU486. Sono stati soprattutto gli uomini a prendere la parola e a spiegare alle donne quello che dovevano o non dovevano fare. Le donne sono state relativamente poco ascoltate e hanno preso poco la parola. Questo mostra come lo spazio dato alla donna per potersi affermare e spiegare su ciò che la riguarda direttamente, come la questione dell’aborto, sia minimo. Dall’altro lato ci sono posizioni che chiamo libertarie che tendono a teorizzare un’esistenza di una libertà assoluta che non esiste. La libertà va sempre contestualizzata. Ci sono una serie di condizioni socio-economiche e psicologiche che influenzano le scelte particolari. Come fare a riflettere sulla questione della libertà senza metterla in rapporto ad uguaglianza e solidarietà? Per poter uscire da questa impasse bisognerebbe riflettere sulla libertà, il corpo è mio, certo, io ho il mio corpo, ma io sono anche il mio corpo, non devo credere che sia una semplice proprietà, altrimenti si giungerebbe all’estremo di posizioni libertarie che giustificano il fatto che una persona priva di mezzi di sostentamento possa vendere gli organi. Lo sforzo per costruire una società giusta è arrivare a pensare insieme libertà, uguaglianza, solidarietà.

È d’accordo con la tendenza di alcune intellettuali e pensatrici di dare alle donne parte della responsabilità di una società machista, o crede sia un’altra colpa che ci addossiamo?
Credo sia un’altra colpa che ci addossiamo. Basta con i mea culpa, non si possono accusare le giovani di 20 anni di non aver preso posizione o di non prenderne quando si sa che fin da bambine le uniche cose che hanno visto e letto proponevano un modello stereotipato dal quale è difficile prendere distanza se non si hanno gli strumenti critici. Invece di colpevolizzarsi ancora una volta, cerchiamo di andare oltre, invece di accusarsi reciprocamente proviamo a costruire qualcosa insieme per il futuro e dare alle nuove generazioni la possibilità di staccarsi da queste norme, queste immagini, da una cultura maschilista invece che considerare che sono sempre le donne le responsabili.

Come s’inserisce il suo intervento nell’ambito del Festival?
Vorrei spiegare l’importanza oggi, per donne e uomini, di un pensiero incarnato che considera la fragilità della condizione umana, un pensiero che passa attraverso il corpo. Un messaggio che dovrebbe permettere a tutti di poter riflettere su se stessi in maniera non astratta.

Nell’appello che ha lanciato si parla di “ubbidienza e avvenenza” che “diventano come un burqa gettato sul corpo femminile”. Un burqa metaforico mentre si discute molto di burqa reale. Ci spiega meglio?
In Francia il velo è sempre più presente. Ci si chiede perché molte giovani donne, che spesso vengono da una cultura non islamista, non solo si convertono all’Islam, ma scelgono la forma più radicale. Come mai donne che dovrebbero mobilitarsi per la loro libertà preferiscono segregarsi, nascondersi dallo sguardo della società piuttosto che scendere in piazza per manifestare? Cosa sta succedendo nelle nostre società? Perchè le donne tendono a scegliere soluzioni integraliste che le spingono sempre di più all’interno della sfera privata come se la sfera pubblica fosse ancora ed unicamente per gli uomini? Il burqa rappresenta una forma di regressione alla sfera privata e una questione di immagine. Si è lottato per anni per potersi mostrare, perchè si sceglie di nascondersi? Meglio mostrarsi nonostante tutto, anche se comporta sottomettersi a critiche e accuse, diventare un bersaglio. Meglio assumere il proprio ruolo piuttosto che nascondersi e ritirarsi in una sfera privata in cui non si può dire molto.

Ci sono donne coscienti di usare il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi. Quanto sono libere di farlo o succubi invece di un contesto che le spinge a credere che sia l’unica soluzione?
Machiavelli direbbe “il fine giustifica i mezzi”. Nel momento in cui si vuole arrivare si utilizzano i mezzi a disposizione e in questa società la sensazione è che l’unico modo per arrivare sia usare il proprio corpo, si capisce perché molte persone lo utilizzino. È come se fosse normale accettare di mettersi in una situazione di schiavitù, riducendo il proprio corpo ad oggetto di scambio. Lo si fa volontariamente perché si spera di ottenere vantaggi, ma credo lo si faccia soprattutto per una forma di abitudine, mancano altri modelli. Se l’unico modello è questo, per quale motivo ribellarsi ad una regola? Questo apre la questione della necessità di decostruire alcune norme che hanno progressivamente strumentalizzato la libertà, con il risultato che l’unico modo di essere libere sembri debba passare dall’uso del proprio corpo come una proprietà.

Vede una via d’uscita?
Sì, difficile, però credo nelle donne. Se si crea la possibilità di decostruire alcuni modelli e capire ciò che è successo, è possibile costruire un’altra società.

Qual è per lei la voce più interessante del suo Dictionnaire du corps?
L’articolo che m’interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l’essenza dell’uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità. È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa.




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