Archivio per la categoria 'Decrescita ed Economia'

16
mar
10

W L’ITALIA

A Bologna per Cosmoprof 2010 città presa d’assalto. I B&B sparano dai 100€ in su. Uno mi ha detto: “La camera costa normalmente 55€, ma siamo in crisi e dobbiamo rifarci.” Poi si lamentano che gli stranieri non vengono più. W l’Italia.

31
gen
10

Vendere debiti

Pubblico l’articolo “Il Punto di Non Ritorno” dal Blog di Grillo

Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell’immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L’innalzamento del debito ha avuto come effetto l’aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l’unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: “Quando si raggiunge il punto di non ritorno?”. E’ semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un’altra domanda che ci si deve porre è: “Quali Stati hanno più probabilità di fallire?”. Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell’UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l’offerta continua di Temorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell’economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: “Fallirà prima l’Italia o la Grecia?”. Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un’assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L’Italia è prima assoluta, con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

18
gen
10

10 Domande a Greenpeace Italia – Il mare di tutti

Questa settimana il nostro blog ha il piacere di ospitare l’intervento di Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, a cui vanno i miei ringraziamenti per la cordialità e la gentilezza. Parliamo del nostro mare, oggi.

Allora, la Convenzione di Barcellona sul Mediterraneo. Pregi e zone “grigie” dove intervenire

I punti specifici sono molti, ma sopra a tutto c’è la “questione Governance” (vedi link). In pratica, sono decenni che la legislazione (e l’amministrazione) dell’ambiente fa il “vaso di coccio” in mezzo a “vasi di ferro” (Pesca, Trasporti, Industria…). Se vogliamo fare sul serio dobbiamo integrare questi aspetti e, soprattutto, garantire che le questioni ambientali non siano trascurate per vantaggi economici a breve. Ad esempio, ci avessero sentito venti anni fa quando dicevamo che la pesca a strascico doveva essere allontanata subito dalla costa oggi i pescatori forse se la passerebbero meglio. I fondali (e i pesci) sicuramente…

Si piange sui capodogli spiaggiati e si continua ad avvelenare senza sosta il loro habitat…

Si fa anche di peggio, in Italia. Abbiamo ricontato (estate 2008) le balenottere comuni e le stenelle del Santuario dei cetacei, dopo l’ultimo censimento del 1990 (ma il Segretariato del Santuario che fa?). Le stenelle sono la metà e abbiamo trovato solo un terzo delle balene attese. Facendo il paragone, i Giapponesi (con la loro caccia baleniera) sono dei veri “amici degli animali”, in confronto! (Vedi link)

Nel Giugno 2009 avete pubblicato “Un mare d’inferno”, sulla situazione del Mediterraneo. In quali ambiti può innestarsi una decrescita economica felice, nella salvaguardia del nostro Mediterraneo?

Per salvarci dall’incubo del cambiamento climatico ci sono due cose importanti che dobbiamo fare. La prima è avviare una Rivoluzione Energetica che ci tiri fuori dalla trappola dei combustibili fossili. Non è uno scherzo e ci vogliono decisioni rapide e fondi: anche per questo siamo contro la “ruberia nucleare” che distrae risorse dal compito urgente di aumentare l’efficienza energetica dei nostri sistemi, avviare produzioni di energia da risorse rinnovabili in grande scala e realizzare una rete di distribuzione “intelligente” che ci permetta di usare al meglio un sistema decentralizzato di produzione “verde”.

Ma il cambiamento climatico c’è già. Bisogna quindi mettere “al sicuro” gli ecosistemi terrestri e marini. Smetterla di devastare il territorio, di avvelenare aria, fiumi e mari è importante. In mare, si deve smettere la pesca eccessiva e distruttiva. Ma, in mare come a terra, è necessario che una porzione sufficiente degli ecosistemi sia posta sotto tutela. Per il mare, abbiamo proposto una rete mondiale di Riserve Marine (aree no take/no dump, in cui sia vietato prelevare risorse e immettere sostanze pericolose) che copra il 40% degli oceani: un dato che viene dalla ricerca, non da Greenpeace.

Link: Rapporto “Un mare d’inferno”

Link: Riserve marine nel Mediterraneo

Link: Global network delle riserve marine

Quali saranno i prossimi snodi vitali, nell’immediato futuro per la tutela del mare? Tecnologie, appuntamenti, problematiche…

La tecnologia senza la volontà e il governo non serve a niente (casomai, serve a far danno). Ripeto: il problema principale è passare dal concetto di “zona franca” a quello di “mare di tutti”. E’, lo ripeto, un problema di governance. Nel Mediterraneo stiamo cercando di avviare un processo di questo tipo (abbiamo prodotto un documento per i delegati della XVI conferenza delle parti della Convenzione di Barcellona) ma ovviamente non è semplice. Un altro punto importante sarà capire se l’UE col mare vuol fare sul serio. Un utile banco di prova è messa a punto della nuova Politica Comune della Pesca: staremo a vedere se la lobby dei pescatori (credo sia meno di qualche millesimo del PIL) continuerà a dettare legge su una risorsa che a regola dovrebbe essere condivisa…

Trovo molto intelligente la leva economica per sollevare le coscienze, leva che spesso ricorre nelle vostre battaglie. Ad esempio: se diciamo che bisogna tutelare la biodiversità marina, nessuno ascolta. Se invece diciamo che non tutelando la biodiversità, si avranno ricadute sull’attività economica, turismo e pesca in primis.. beh, allora qualcuno potrebbe ascoltare. Molto efficace.

E’ bene evitare di confondere lo strumento con il fine. Il nostro obiettivo è quello di modificare il rapporto (auto)distruttivo società-ambiente. L’esperienza è che (almeno in Italia) i grossi marchi rispondono meglio della politica. Sul mare, di grandi “brand” ce ne sono pochi, ma è vero ad esempio che esistono interi territori vocati al turismo: se aprissero gli occhi capirebbero che la tutela del mare è nel loro interesse.

Spesso vi trovate ad incrociarvi con i pescatori. Ci potete descrivere questo rapporto?

Continuo a rifiutarmi di credere che non esistano pescatori onesti. E continuo a credere che i pescatori onesti stanno dalla nostra parte. Con gli altri il rapporto è spesso burrascoso. L’ultima spadara che abbiamo intercettato a Pantelleria quest’estate aveva a bordo 13 km di rete completamente illegale, 2 palamiti senza alcuna licenza e una trentina tra tonni (senza quota di pesca, e sotto la taglia minima) e pesce spada (quasi tutti sotto la taglia minima). Non erano contenti…

Perchè in Italia, non si riesce a capire l’importanza della tutela del mare, anche in chiave turistica? Cito ad esempio la figuraccia nella questione tonno rosa di fronte al resto d’Europa. Abbiamo 7458km di coste…

Il tonno è rosso, non rosa. Purtroppo gli italiani pensano al mare solo 2 settimane l’anno. E a quel punto pretendono che sia pulito e magari pieno di pesci. Troppo facile. Come troppo facile è dare la “colpa” alla “politica”. La politica siamo noi.

Un risultato di cui andate fieri ed un prossimo progetto per il mare.

Ormai le spadare sono sul viale del tramonto. La situazione era già migliorata nel 2002 con il bando che avevamo vinto nel 1998, ma poi non ce ne siamo più occupati (dietro ad altre priorità) e il problema è rispuntato fuori. Adesso i controlli si fanno davvero e nel 2009 pare sia andata assai meglio. Lo stesso per la pesca al tonno rosso. Ma possiamo esserci dappetutto? Ovviamente no. E quindi… hai voglia di progetti!

Come ognuno di noi, può fare qualcosa, di concreto?

Siamo tutti “utilizzatori” di risorse che vengono dal mare. A parte l’aria che respiriamo (che proviene al 50% dal fitoplancton marino) e su cui sconsiglio di economizzare, ci sono un sacco di altre “risorse” del mare che sprechiamo. Troppi dei pesci che mangiamo sono pescati con sistemi distruttivi o vengono da popolazioni ormai esangui. E poi continuiamo a costruire case, strade, porti e a devastare la costa che è uno dei “luoghi critici” del nostro mare. Usiamo e gettiamo via materiali pericolosi (veleni di vario tipo sotto forma di detersivi ecc…), contribuiamo con le nostre automobili, e in genere con un uso inefficiente dell’energia, a distruggere il clima del pianeta.

In due parole: siamo ignoranti. Quello che ognuno puo fare quindi è capire, informandosi e da più fonti, quel che stiamo facendo, tutti noi, all’unico pianeta che abbiamo. E poi decidere di conseguenza.

Ci parlate del veliero Rainbow Warrior III? Mi sembra non solo un esempio di ingegneria verde, ma il simbolo di una coscienza ambientale che deve necessariamente rinascere, in questi tempi. Rinnovarsi non serve più. (NDA: Il Rainbow Warrior III è stato commissionato ex-novo, prima volta per un’ammiraglia di Greenpeace, invece che essere un veliero rimesso a posto)

E’ vero. Fino ad ora abbiamo “solo” risistemato imbarcazioni che già navigavano. Il problema è che risistemarle secondo gli standard di Greenpeace comunque costa molto e comunque… ci sono limitazioni strutturali. Considerata anche la vita più lunga (si spera…) di una nave costruita ex novo e, chi l’avrebbe mai detto, il fatto che la recente crisi economica ha causato anche una diminuzione notevole dei costi… alla fine abbiamo deciso di provarci. E’ una sfida perché sarà una nave con propulsione mista (quindi, anche a vela) ma con un ponte porta elicotteri. Ovviamente, con il massimo possibile di efficienza energetica e con il minimo delle emissioni. Spero, anche con il massimo delle emozioni!

16
gen
10

un paese verso il default, e nessuno ne parla…

Oggi rimando ad un articolo sul blog di Beppe Grillo, sul debito pubblico.

Un mostro acefalo che incombe su tutti noi: fino ad adesso hanno scaricato questa insana creatura sulle prossime generazioni, all’insegna del “pagheranno i nostri figli”. Stiamo parlando di qualcosa come 1800 miliardi di Euro. E nel 2010? Dove arriverà? Quali nuovi record negativi? Ogni italiano ha un debito, contratto per lui dallo Stato, di circa 30.000 euro. Le entrate fiscali sono calate del 3,4% in un anno, le spese sono salite dell’11,1% Una gestione folle dell’economia. Qualcuno ne parla? No, ovviamente…

Qui il link all’articolo completo

13
gen
10

I libri come semi – 10 domande a Gianluca Ferrara

Gianluca Ferrara è uno scrittore ed editore o meglio “seminatore d’idee”. Lo ringrazio moltissimo, per la gentilezza nell’avermi concesso quest’intervista.

Ci racconti la nascita e la scintilla per creare Edizioni Creativa?
La scintilla, quella decisiva che ha acceso questo laboratorio culturale, l’ho avuta nel 2005. Sentivo forte e sento oggi, ancor più di ieri, la necessità di trasmettere dei messaggi propositivi e costruttivi, che facciano riflettere e sognare.

Cosa significa essere seminatore d’idee, piuttosto che editore?
Vedi, sono convinto che i libri siano come dei semi che possono germogliare nell’animo di ognuno di noi e cambiarlo. Il termine editore non mi piace perché è soprattutto legato solo al freddo aspetto commerciale, in troppi si vantano e diventano egocentrici facendo questo lavoro, pensa che una volta ho conosciuto una persona, aveva appena aperto una casa editrice, che mi diede un bigliettino da visita personale con scritto nome, cognome e in basso “editore”. Capisci non era scritto il nome della casa editrice, ma il termine editore, lui ci teneva ad essere riconosciuto con quel termine. Alle volte abbiamo bisogno di parole per sentirci importanti. Francamente, specie per chi fa questo lavoro che dovrebbe veicolare pensieri, è triste.

Quali sono le difficoltà maggiori che affronti, ogni giorno, come editore?
Sono diverse, forse la più insidiosa è quella di cercare di battersi per trovare spazio in un mercato monopolizzato dai grossi gruppi editoriali che puntano a vendere libri come se fossero noccioline, dando poca importanza ai contenuti.

Ci parli di Dissensi?
Dissensi è un marchio editoriale nato dall’anonima collana di Edizioni Creativa. Sono saggi che hanno l’obiettivo di contro informare, suscitare entusiasmo e consapevolezza della realtà in cui viviamo. Una società governata da una dittatura dell’effimero. Di recente abbiamo pubblicato il testo del missionario teologo Arturo Paoli (Il cuore del Regno), quello della giornalista Sonia Toni (Così parla l’econauta) a cui hanno partecipato Beppe Grillo, Dario Fo, Luciano Ligabue, Red Ronnie, don Ciotti, Antonio di Pietro. Di questo libro prossimamente se ne dovrebbe occupare anche Striscia la Notizia.

Cosa dire ai giovani autori o agli aspiranti piccoli editori?
Di credere nei loro sogni ma rompersi la schiena per realizzarli.

Una misura concreta per migliorare un po’ il panorama editoriale italiano.
Boicottare determinate case editrici, comprare in modo oculato, cercare di informarsi sulla storia della casa editrice. Ma anche cercare di comprare dal piccolo libraio indipendente, valorizzare l’acquisto on-line. Si dovrebbe evitare di rendere possibili gruppi editoriali che monopolizzano il mercato, vietare gli sconti… Ma il discorso è lungo…

Parlaci di un bel progetto a cui ti stai interessando o che hai nel cassetto.
Sono diversi… per Dissensi uscirà il nuovo libro del missionario Daniele Moschetti a cui parteciperanno Vittorino Andreoli e il vescovo di Campobasso Bregantini.

E un progetto sfumato, che avresti voluto e che non sei riuscito a realizzare?
Non ho rimpianti, guardo avanti. Anche se alcuni libri belli li avrei voluti pubblicare.

Un tuo spazio internet si chiama “con gli ultimi“. Di che si tratta?
E’ uno spazio solidale dove concretamente si vuole essere d’ausilio a chi è rimasto indietro. Oltre alle parole occorre cercare di essere cambiamento in modo pragmatico.

Un libro che ti ha davvero colpito e che puoi consigliarci?
Il Vangelo.

In Primavera, per Castelvecchi Editore, uscirà l’ultimo libro di Gianluca Ferrara, il saggio “Nonostante il Vaticano”. Introduzione di Beppe Grillo, con interventi di Padre Alex Zanotelli, Don Andrea Gallo e Don Vitaliano Della Sala.

06
gen
10

Mafia, banche, istituzioni – in memoria di Giuseppe Fava

Ecco questo pullulare di banche nuove, dovunque… E servono per ricicilare (il denaro sporco della mafia). Il Generale dalla Chiesa lo aveva capito.

Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925) è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore. Viene assassinato dalla mafia il 5 Gennaio 1984, a Catania.

È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film “Palermo or Wolfsburg”, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980. Per il suo delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978).

Le sue parole sono vivissime ed attuali.

Vi invito ad ascoltare questa meravigliosa intervista, fatta a Fava da Enzo Biagi, due mesi prima di essere ammazzato.

05
gen
10

partecipare e resistere – Intervista a Don Gallo

Ho chiesto a Don Andrea Gallo, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e le parole gentili d’incoraggiamento, di rispondere a 10 domande.

Sant’Agostino dice: “I cittadini della città terrena sono dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale” (S.Agostino – La città di Dio, XIV, 28). Don Gallo, cos’è la società della decrescita e perchè è un sentiero cristiano?

Consiglierei a tutti di leggere e meditare la “Lettera a Diogneto” (II secolo). Don Bosco diceva “camminare con i piedi per terra guardando il cielo”.

Nella “Caritas e Veritate” c’è un esplicito riferimento alla società della decrescita, auspicando una sincera inversione di rotta, quel cambiamento di mentalità spesso invocato e ancor più spesso ostacolato. Perchè la società della decrescita spaventa così tanto?

Nella Enciclica manca un pizzico di Marxismo. Non si conosce la realtà. E’ indispensabile la teoria-prassi-teoria.

Don Mazzolari dice in un bello scritto del 1949: “Chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo il lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, il diritto di vivere. Sta scritto infatti: «tu non ucci­derai » Il guadagno può farci omicida: e Giuda ha venduto il Sangue del Giusto, per trenta denari.”

Il diritto al lavoro è fondamentale. Per il neoliberismo è una bestemmia, solamente la produzione è legge.

Nel Catechismo degli Adulti “La verità vi farà liberi” si dice (1138) “L’economia di mercato in se stessa è positiva e rispondente alle esigenze della libertà: fa emergere i bisogni della gente, utilizza al meglio le risorse, forma prezzi equi.” Questa affermazione poi viene solo parzialmente mitigata. Non si sono avute prove a sufficienza della barbarie di un’economia di mercato, che finisce inevitabilmente in una tirannia del profitto, con tutto quello che ne consegue? Che ne pensa?

Domina la Divinità idolatrica e trinitaria: mercato (selvaggio), tecnologia, deterrenza totale

Padre Turoldo, in una bell’intervista di qualche anno fa, dice che nessuno risponde alla domanda “cosa vuoi diventare?” dicendo “voglio diventare un uomo”. Il progresso è solamente crescita nell’umanità, tutto quello che non fa crescere l’umanità è un ritornare verso il nulla. Che ne pensa?

Si deve sostituire alla parola “progresso” il concetto di sviluppo che è basato sulla uguaglianza.

Quando vedremo una Chiesa finalmente povera, sulla scia degli insegnamenti di Gesù e dei Santi? Solo quando trionferà la Città di Dio?

La Chiesa è cattolica cioè universale. La Chiesa è cattolica e di conseguenza cristiana. Se è cristiana è povera. Altrimenti non è chiesa cattolica.

Don Gallo, cosa significa seguire un cammino in direzione ostinata e contraria?

Il “non licet” al potere è una caratteristica costante. Il Cristiano è sale, lievito, chicco di grano che marcisce e da frutto.

Quale persona, nella sua vita, le ha offerto un esempio di vita spesa per la libertà, magari sconosciuta ai più, che vuole ricordarci?

Vorrei ricordare Nelson Mandela.

Cosa significa il tenere sempre la porta aperta, per accogliere le persone che arrivano dalla strada?

Significa leggere il Vangelo di Matteo, cap 25, vv. 32 e seguenti.

[32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. [44]Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. [46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Il nostro spazio è visitato da molti trentenni. Cosa si sentirebbe di dire ad una famiglia di precari, insicuri del proprio domani?

Griderei “Su la testa”. Sempre. Partecipare e resistere.

02
gen
10

E in Italia sotto col nucleare – Ignoranza e criminalità

(chernobyl oggi)

C’è qualcuno che non sa più cos’è un uomo,

c’è qualcuno che non ha rispetto per nessuno

c’è chi dice “No!”

c’è chi dice “No!”

Io sono un uomo!

(Vasco Rossi – C’è chi dice no)

Riporto un bell’articolo apparso su PeaceReporter, taciuto dai soliti mezzi d’informazione. Perchè in Italia parla di energie rinnovabili solo Grillo e pochi altri illuminati? Chi ha paura delle rinnovabili e non ne parla? Forse chi ha in mano l’informazione “ufficiale”? E’ arrivato il momento di riprenderci in mano il nostro futuro e quello dei nostri figli, altro che nucleare… ma ci rendiamo conto? Vogliono costruire nuove centrali nucleari, infischiandosene del voto del popolo italiano, il popolo sovrano, che si è espresso tramite referendum del 1987 (Con l’80% dei votanti contrari al nucleare, tra l’altro, altro che maggioranza risicata). Vogliono fare le centrali nucleari in un paese a rischio sismico totale, come l’Italia? Ma stiamo scherzando? Tutti i Paesi “più avanzati” (questo ci esclude, lo so) e con un minimo di buon senso (Italia esclusa doppiamente allora, siamo proprio fuori categoria), stanno abbandonando la via del nucleare, per guardare verso le rinnovabili. Ma del resto i nostri politici sono dei criminali, e per giunta ignoranti. A casa e lottiamo per il domani che vogliamo, un domani-che-è-oggi.

Ormai il buon senso è rivoluzionario, in Italia.

Più della metà dell’energia prodotta in Spagna domenica 8 novembre (2009) è stata di orgine eolica. Un vero e proprio record, raggiunto in sole cinque ore e venti minuti, quando l’alba faceva capolino sulle terre iberiche.
Il dato stupisce ancora di più se si pensa che domenica mattina sono stati prodotti 11.500 megawatt, una cifra equivalente a quella che forniscono 11 impianti nucleari. Il primato registrato dall’energia eolica spagnola deriva in gran parte anche dalla politica energetica, che Madrid ha centrato proprio sulla differenziazione delle fonti di produzione: il 13 percento del totale è di origine eolica, fra il 9 e il 10 percento viene dall’idraulica e il 2,5 percento dall’energia solare.

La capacità produttiva degli impianti eolici può arrivare fino a 17.700 megawatt, un risultato oltre dieci volte superiore a quanto si registrava nel 1999, mentre l’obbiettivo fissato dal governo parla di arrivare a una capacità di 40.000 megawatt nel 2040.

La notizia, riportata dal quotidiano spagnolo El Pais e ripresa da altri mezzi di informazione internazionali, racconta anche della capacità di trasporto dell’energia eolica. La Spagna esporta continuamente verso il Portogallo, la Francia e, con due cavi sottomarini, verso il Marocco.
Un fenomeno reso possibile anche dall’alto grado di integrazione energetica, che riesce a far fruttare anche la grande disparità di rendimento delle energie rinnovabili, soggette ai fattori climatici. La ‘rete’ spagnola è una delle più efficienti nel panorama mondiale proprio nella possibilità di distribuire i surplus di energia sia in momenti di sovraproduzione, sia nelle giornate di poco vento quando la produzione tocca i valori minimi.

01
gen
10

Nessuna pace possibile, senza salvaguardia dell’ambiente

In occasione della Giornata Mondiale per la Pace, pubblico alcuni estratti dal messaggio di oggi di Papa Benedetto XVI. Bellissimo messaggio, a parer mio, in cui la decrescita è viva e ben presente. Significativo il passo sulla “chiamata alla responsabilità”. La salvaguardia dell’ambiente, dovrebbe essere infatti non tanto una chiamata, una sorta di vocazione, dovrebbe infatti naturalmente essere un sentimento innato per ogni uomo… un carattere irrinunciabile, necessario, incontestabile. Purtroppo però sembra qualcosa di eccezionale e straordinario di questi tempi, in cui amare la natura, il proprio mondo, e infine tutto il creato pare essere diventato un passatempo stravagante per idealisti…

Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato

L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale; ha bisogno di riscoprire quei valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un futuro migliore per tutti. Le situazioni di crisi, che attualmente sta attraversando – siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale –, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro. Esse obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio sulle esperienze positive compiute e rigettando con decisione quelle negative. Solo così l’attuale crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità.

(…)

L’essere umano si è lasciato dominare dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio, e nella relazione con il creato si è comportato come sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio assoluto. Ma il vero significato del comando iniziale di Dio, ben evidenziato nel Libro della Genesi, non consisteva in un semplice conferimento di autorità, bensì piuttosto in una chiamata alla responsabilità.

(…)

È indubbio che uno dei principali nodi da affrontare, da parte della comunità internazionale, è quello delle risorse energetiche, individuando strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future. A tale scopo, è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo. Al tempo stesso, occorre promuovere la ricerca e l’applicazione di energie di minore impatto ambientale e la «ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi». La crisi ecologica, dunque, offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità. Auspico, pertanto, l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani.

(…)

Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita «nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti». Sempre più si deve educare a costruire la pace a partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico. Tutti siamo responsabili della protezione e della cura del creato.

(…)

Ne siano consapevoli i responsabili delle nazioni e quanti, ad ogni livello, hanno a cuore le sorti dell’umanità: la salvaguardia del creato e la realizzazione della pace sono realtà tra loro intimamente connesse!

Papa Benedetto XVI, messaggio per la 43esima Giornata Mondiale della Pace

Se volete il testo integrale, ecco il link

30
dic
09

Decrescita, intervento di Paolo Cacciari

Riportiamo l’intervento di Paolo Cacciari in occasione dell’Incontro al Museo provinciale di Archeologia, 28 settembre 2009 a conclusione della scuola della decrescita a Nova Siri (MT).

Mi rendo conto che in un momento di crisi economica così grave pensare ad una società che scelga consapevolmente e volontariamente di imboccare un percorso di decrescita dei consumi e delle produzioni di massa delle merci possa apparire una provocazione di cattivo gusto. Qualcuno ha detto che i promulgatori della decrescita sono intellettuali che hanno in odio l’umanità. Altri, più generosi, hanno detto che siamo piccoli borghesi schiacciati dal rimorso delle conseguenze che il nostro stile di vita provoca nel mondo.
Al contrario, testardamente, penso che non sia immaginare una via di uscita reale e duratura dalla “crisi sistemica” in corso, multifattoriale e multidimensionale, senza riorientare i nostri sistemi sociali ed economici ai criteri della decrescita.
Vediamo, quindi, quali sono questi criteri.
Innanzitutto è possibile pensare alla decrescita in un modo molto semplice che parte dalla presa d’atto elementare che “non ce n’è per tutti”. Lo sappiamo e lo sentiamo: la nostra “razionalità solidale” e la nostra “ragione cordiale” ci dicono che non possiamo andare avanti così. In natura i processi che hanno una curva di crescita esponenziale (come è quella disegnata dai cultori dello sviluppo) sono solo le metastasi cancerogene. Tutti i sistemi vitali seguono andamenti ciclici.
Il 23 settembre (con qualche giorno di anticipo sull’anno precedente) abbiamo festeggiato la fine dell’anno biologico (l’Earth Over Shoot). Abbiamo cioè consumato tutto quanto gli ecosistemi terrestri sono in grado di rigenerale in un anno. Dal 24 settembre prendiamo a credito dal 2010 acqua, legno, suoli fertili e così via. Altri indicatori (l’impronta ecologica) del fabbisogno teorico di terra biologicamente produttiva necessaria a sostenere i nostri consumi, sono in rosso. Così è per il petrolio (siamo in attesa dell’annuncio del superamento del picco di Hubbert), per il litio (senza il quale niente batterie elettriche e addio alla green-tech), del rame (che, a giudicare dai furti, sembra il patrimonio più di valore delle ferrovie), del coltan e dei diamanti (che insanguinano il Congo), dell’”oro blu”, dei fosfati, del tantalio… Ma non c’è nemmeno più spazio per contenere i rifiuti, le scorie, gli scarti dei metabolismi della tecnosfera. A dicembre a Copenaghen si giocherà una partita importante: l’aggiornamento del protocollo di Kyoto per contenere le emissioni di gas climalteranti. Abbiamo imparato che l’atmosfera non può superare le 350 parti per milione di anidride carbonica se volgiamo contenere l’aumento della temperatura media sotto i due gradi centigradi.
Fermiamoci qui, non vale più la pena nemmeno di parlarne, tante sono le evidenze empiriche e le ricerche scientifiche che ci dicono che il nostro sistema economico provoca impatti ambientali insostenibili. Dopo l’uscita del rapporto Stern (2007) che ha parlato il linguaggio degli economisti, persino i capi di stato hanno capito che così non si può più andare avanti: desertificazione dei suoli, perdita di biodiversità, catastrofi climatiche… richiedono continui interventi di adattamento e di mitigazione volti a mantenere condizioni utili allo svolgimento delle attività umane. In altri termini gli economisti hanno calcolato che per ogni punto di Pil in più, presto se ne dovranno spendere due per rattoppare i disastri ambientali creati. Ne vale la pena?
La decrescita, quindi, può essere intesa come una strategia del tutto razionale di presa d’atto dei limiti delle risorse disponibili e di acquisizione del concetto di limite. Dobbiamo pensare a minimizzare i flussi di energia e di materia impiegati nei cicli produttivi. Dobbiamo “smaterializzare” i cicli economici. Dobbiamo mettere in atto una riconversione ecologica dell’economia, così come dice anche e finalmente l’amministrazione Obama: green-economy, soft-economy, clean-tech, new deal verde, ecc.
Ma ci sono due problemi correlati: uno grande come una casa: l’equità (che non può più essere cercata verso l’alto: il mondo scoppierebbe!), l’altro, più insidioso, è costituito dalla trappola tecnologica, dall’effetto rimbalzo o moltiplicatore che annulla i benefici ambientali quando aumenta la massa delle merci prodotte.
In altri termini lo stile di vita dell’1% della popolazione mondiale (i cosmocrati che detengono il 50% della ricchezza), ma nemmeno del 20% più ricco che regge la sua posizione sullo sfruttamento dell’80% delle risorse, non può essere preso a modello da nessuno. Anzi, è la causa della crisi. (Ci ricordiamo di Bush che affermò che gli stili di vita degli americani non sono negoziabili?). Così come il sistema di produzione delle 500 multinazionali che controllano il 52% del Pil mondiale e il 90% degli scambi internazionali non può essere preso a modello dell’economia mondiale. Anzi la deglobalizzazione è la condizione per uscire dalla crisi.
La “green economy”, allora, non può essere intesa come l’ultima trovata per fare business con l’ambiente (aggiungere beni di consumo ecologicamente certificati, concentrare ancora di più il monopolio delle tecnologie, aumentare la dipendenza e la colonizzazione del sud del mondo). Al contrario dobbiamo spendere soldi per fare “economia ecologica”. Cioè, considerare il “capitale naturale” non più come un fattore produttivo da sfruttare, ma come bene in sé, patrimonio da preservare e incrementare. Una vero rovesciamento dei presupposti dell’economia capitalistica. Dobbiamo tornare a pensare l’ “economia dei soldi” (come direbbe Giorgio Nebbia) un sottosistema dell’economia terrestre. Rimettere in ordine le gerarchie e i valori. Del resto Marx stesso (per molti versi il teorico dello sviluppo e delle illimitate potenzialità trasformatrici del lavoro) scrisse che “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso”.
Rispondere a queste due questioni: equità sociale e sostenibilità ambientale (cioè garantire uguale accesso ai beni comuni – acqua, terra, saperi per le generazioni presenti e per quelle future – equità orizzontale e intergenerazionale) è la sfida di civiltà che siamo chiamati a compiere. Una sfida che possiamo vincere solo se riusciamo a riconcettualizzare l’idea di ricchezza, di benessere, di democrazia a livello planetario.
Il mondo è interdipendente, il benessere di una persona è inscindibile da quello di altre persone. C’è un passo molto bello della “Caritas in Veritate” (ultima enciclica di Ratzinger): “La società globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Anzi! Ci mette in crudele competizione. La globalizzazione neolibersita è fallita non solo sul versante ambientale, ma anche su quello umano. Una “apocalisse secolarizzata per mano umana”, la definisce Raniero la Valle, un “genocidio silenzioso “ Jean Ziegler. Un miliardo di affamati, cinquemila morti di fame al giorno, metà della popolazione del globo addensati attorno a qualche decina di megalopoli che si chiamano Mumbai, Rio de Janeiro, Giacarta, Khartoum, Lima, Durba… I nuovi inferni dell’umanità
Serve allora una nuova economia che supporti sia una rivoluzione verde sia una rivoluzione sociale. Serve un mutamento delle relazioni sociali che reggono i modi di produzione e di consumo.
E’ necessario trovare le vie per transitare da una concezione economica che mira alla massimizzazione dell’efficienza produttiva (produrre sempre maggiori volumi di merci a minori costi per unità di prodotto), ad una che miri alla ottimizzazione del mantenimento dei “fattori produttivi” (lavoro e risorse naturali) in buona salute e il più a lungo possibile, cioè: cura e manutenzione. In questa nuova concezione dell’economia, forza lavoro e risorse naturali non sono più viste e usate come fattori produttivi da immolare nei cicli produttivi, ma come natura e persone umane, usufruttuari e beneficiari della cooperazione e dello sforzo produttivo sociale.
Una società della decrescita, quindi, implica trasformazioni profonde del modello di economia: da una economia del consumo e dei prelievi ad una della sufficienza e della restituzione (riuso, riciclo, condivisione); da una economia del debito e della competitività ad una del dono e della reciprocità; da una economia del rendimento ad una del risparmio.
Quindi non basta de-meaterializzare, occorre anche de-mercificare e de-finaziarizzare l’economia, sottrarla al dominio del profitto e dell’accumulazione. Lo sviluppo è un termine bastardo che occulta il nocciolo duro della crescita che a sua volta occulta il concetto di accumulazione. La via di uscita è passare dalle merci ai beni, direbbe Maurizio Pallante.
Ma la domanda che a questo punto viene rivolta ai sostenitori della decrescita è questa: chi sono i “soggetti sociali”, gli “attori politici” del progetto della società della decrescita? E quali potrebbero essere le “pratiche costituenti”, performanti la nuova società? Insomma c’è qualcuno (che non sia un freekkettone, un asceta o un inguaribile anticapitalista) che crede che sia possibile vivere meglio con meno e disposto a scegliere coscientemente e volontariamente, solidariamente la strada della decrescita?
Penso di sì. Penso che la rivoluzione sia già in movimento. Basta saperla riconoscere. Prendo ad esempio due diverse novità.
Le nuove e costituzioni dell’America latina, in particolare quella dell’Ecuador di Rafael Correa. Nel paragrafo tre del preambolo, subito dopo il riconoscimento della sovranità del popolo, c’è scritto: “Celebriamo la natura, la Pacha Mama (noi potremmo dire la madre terra o l’anima mundi) di cui siamo parte e che è vitale per la nostra esistenza”. La costituzionalizzazione della natura, il riconoscimento di un diritto allargato all’ecosfera, è un passaggio epocale che la cultura occidentale non è riuscita ancora a compiere e contro cui inspiegabilmente il cattolicesimo ancora si batte (vedi la “Caritas in Veritas”). Siamo figli di un antropocentrismo, maschilista, nazionalista e statalista che non smette di perseguire un disegno di dominio sulla natura, sugli animali, sulla donna.
Aldo Leopold (“Almanacco di un mondo migliore”, già nel 1949), naturalista padre del pensiero ecologista profondo, sperava in un allargamento dell’etica a tutti gli esseri viventi, come ad un certo punto della storia dell’umanità è pure avvenuto per gli schiavi e per l’altro genere umano. “Una etica della terra riflette l’esistenza di una coscienza ecologica che, a sua volta, riflette il convincimento della necessità di una responsabilità individuale per la salute della terra”. Dovremmo recuperare l’obbligo morale a “custodire e coltivare” la terra, oltre che a “vivere in pace”.
La seconda segnalazione che voglio fare è il libro di Paul Hawken (“Moltitudine inarrestabile”, Edizioni Ambiente, ma in realtà il titolo originale è “Blassed Unrest”, tratto da una frase pronunciata della coreografa Marta Grahm: “Una strana benedetta inquietudine che ci fa andare avanti e ci rende più vitali”): L’autore, un vecchia conoscenza dell’ambientalismo, ha organizzato una banca dati con centomila organizzazioni di base della società civile che si battono per i diritti umani e la salvaguardia della natura. “Un movimento senza nome che sfugge a qualsiasi definizione”. “Due decine di milioni di persone che non si limitano ad andare a votare”. “ Il più grande movimento sociale di tutta la storia dell’umanità”. “Persone normali e fuori dal comune”. “Senza leader, senza guide e controlli centrali che agisce tramite testimonianze, informazione, azioni di massa”. Una biodiversità culturale che come la biodiversità biogenetica ha il potere di limitare il flusso di entropia, aumentare la resilienza, cioè la possibilità di evoluzione, la capacità di adattamento e di cambiamento. Contro la riduzione di complessità, la omologazione e l’eliminazione delle differenze. “Una corrente di umanità” mossa da forza interiore e da una energia dal basso. Lo stesso Hawken, comunque, chiude il suo lavoro con un interrogativo aperto: saprà questa galassia mettersi in rete e riuscire a sgretolare l’inaudita concentrazione di poteri che governa la globalizzazione?

Intervento pubblicato nel sito della Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale




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