Archivio per la categoria 'Interviste'

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10 Domande a Greenpeace Italia – Il mare di tutti

Questa settimana il nostro blog ha il piacere di ospitare l’intervento di Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, a cui vanno i miei ringraziamenti per la cordialità e la gentilezza. Parliamo del nostro mare, oggi.

Allora, la Convenzione di Barcellona sul Mediterraneo. Pregi e zone “grigie” dove intervenire

I punti specifici sono molti, ma sopra a tutto c’è la “questione Governance” (vedi link). In pratica, sono decenni che la legislazione (e l’amministrazione) dell’ambiente fa il “vaso di coccio” in mezzo a “vasi di ferro” (Pesca, Trasporti, Industria…). Se vogliamo fare sul serio dobbiamo integrare questi aspetti e, soprattutto, garantire che le questioni ambientali non siano trascurate per vantaggi economici a breve. Ad esempio, ci avessero sentito venti anni fa quando dicevamo che la pesca a strascico doveva essere allontanata subito dalla costa oggi i pescatori forse se la passerebbero meglio. I fondali (e i pesci) sicuramente…

Si piange sui capodogli spiaggiati e si continua ad avvelenare senza sosta il loro habitat…

Si fa anche di peggio, in Italia. Abbiamo ricontato (estate 2008) le balenottere comuni e le stenelle del Santuario dei cetacei, dopo l’ultimo censimento del 1990 (ma il Segretariato del Santuario che fa?). Le stenelle sono la metà e abbiamo trovato solo un terzo delle balene attese. Facendo il paragone, i Giapponesi (con la loro caccia baleniera) sono dei veri “amici degli animali”, in confronto! (Vedi link)

Nel Giugno 2009 avete pubblicato “Un mare d’inferno”, sulla situazione del Mediterraneo. In quali ambiti può innestarsi una decrescita economica felice, nella salvaguardia del nostro Mediterraneo?

Per salvarci dall’incubo del cambiamento climatico ci sono due cose importanti che dobbiamo fare. La prima è avviare una Rivoluzione Energetica che ci tiri fuori dalla trappola dei combustibili fossili. Non è uno scherzo e ci vogliono decisioni rapide e fondi: anche per questo siamo contro la “ruberia nucleare” che distrae risorse dal compito urgente di aumentare l’efficienza energetica dei nostri sistemi, avviare produzioni di energia da risorse rinnovabili in grande scala e realizzare una rete di distribuzione “intelligente” che ci permetta di usare al meglio un sistema decentralizzato di produzione “verde”.

Ma il cambiamento climatico c’è già. Bisogna quindi mettere “al sicuro” gli ecosistemi terrestri e marini. Smetterla di devastare il territorio, di avvelenare aria, fiumi e mari è importante. In mare, si deve smettere la pesca eccessiva e distruttiva. Ma, in mare come a terra, è necessario che una porzione sufficiente degli ecosistemi sia posta sotto tutela. Per il mare, abbiamo proposto una rete mondiale di Riserve Marine (aree no take/no dump, in cui sia vietato prelevare risorse e immettere sostanze pericolose) che copra il 40% degli oceani: un dato che viene dalla ricerca, non da Greenpeace.

Link: Rapporto “Un mare d’inferno”

Link: Riserve marine nel Mediterraneo

Link: Global network delle riserve marine

Quali saranno i prossimi snodi vitali, nell’immediato futuro per la tutela del mare? Tecnologie, appuntamenti, problematiche…

La tecnologia senza la volontà e il governo non serve a niente (casomai, serve a far danno). Ripeto: il problema principale è passare dal concetto di “zona franca” a quello di “mare di tutti”. E’, lo ripeto, un problema di governance. Nel Mediterraneo stiamo cercando di avviare un processo di questo tipo (abbiamo prodotto un documento per i delegati della XVI conferenza delle parti della Convenzione di Barcellona) ma ovviamente non è semplice. Un altro punto importante sarà capire se l’UE col mare vuol fare sul serio. Un utile banco di prova è messa a punto della nuova Politica Comune della Pesca: staremo a vedere se la lobby dei pescatori (credo sia meno di qualche millesimo del PIL) continuerà a dettare legge su una risorsa che a regola dovrebbe essere condivisa…

Trovo molto intelligente la leva economica per sollevare le coscienze, leva che spesso ricorre nelle vostre battaglie. Ad esempio: se diciamo che bisogna tutelare la biodiversità marina, nessuno ascolta. Se invece diciamo che non tutelando la biodiversità, si avranno ricadute sull’attività economica, turismo e pesca in primis.. beh, allora qualcuno potrebbe ascoltare. Molto efficace.

E’ bene evitare di confondere lo strumento con il fine. Il nostro obiettivo è quello di modificare il rapporto (auto)distruttivo società-ambiente. L’esperienza è che (almeno in Italia) i grossi marchi rispondono meglio della politica. Sul mare, di grandi “brand” ce ne sono pochi, ma è vero ad esempio che esistono interi territori vocati al turismo: se aprissero gli occhi capirebbero che la tutela del mare è nel loro interesse.

Spesso vi trovate ad incrociarvi con i pescatori. Ci potete descrivere questo rapporto?

Continuo a rifiutarmi di credere che non esistano pescatori onesti. E continuo a credere che i pescatori onesti stanno dalla nostra parte. Con gli altri il rapporto è spesso burrascoso. L’ultima spadara che abbiamo intercettato a Pantelleria quest’estate aveva a bordo 13 km di rete completamente illegale, 2 palamiti senza alcuna licenza e una trentina tra tonni (senza quota di pesca, e sotto la taglia minima) e pesce spada (quasi tutti sotto la taglia minima). Non erano contenti…

Perchè in Italia, non si riesce a capire l’importanza della tutela del mare, anche in chiave turistica? Cito ad esempio la figuraccia nella questione tonno rosa di fronte al resto d’Europa. Abbiamo 7458km di coste…

Il tonno è rosso, non rosa. Purtroppo gli italiani pensano al mare solo 2 settimane l’anno. E a quel punto pretendono che sia pulito e magari pieno di pesci. Troppo facile. Come troppo facile è dare la “colpa” alla “politica”. La politica siamo noi.

Un risultato di cui andate fieri ed un prossimo progetto per il mare.

Ormai le spadare sono sul viale del tramonto. La situazione era già migliorata nel 2002 con il bando che avevamo vinto nel 1998, ma poi non ce ne siamo più occupati (dietro ad altre priorità) e il problema è rispuntato fuori. Adesso i controlli si fanno davvero e nel 2009 pare sia andata assai meglio. Lo stesso per la pesca al tonno rosso. Ma possiamo esserci dappetutto? Ovviamente no. E quindi… hai voglia di progetti!

Come ognuno di noi, può fare qualcosa, di concreto?

Siamo tutti “utilizzatori” di risorse che vengono dal mare. A parte l’aria che respiriamo (che proviene al 50% dal fitoplancton marino) e su cui sconsiglio di economizzare, ci sono un sacco di altre “risorse” del mare che sprechiamo. Troppi dei pesci che mangiamo sono pescati con sistemi distruttivi o vengono da popolazioni ormai esangui. E poi continuiamo a costruire case, strade, porti e a devastare la costa che è uno dei “luoghi critici” del nostro mare. Usiamo e gettiamo via materiali pericolosi (veleni di vario tipo sotto forma di detersivi ecc…), contribuiamo con le nostre automobili, e in genere con un uso inefficiente dell’energia, a distruggere il clima del pianeta.

In due parole: siamo ignoranti. Quello che ognuno puo fare quindi è capire, informandosi e da più fonti, quel che stiamo facendo, tutti noi, all’unico pianeta che abbiamo. E poi decidere di conseguenza.

Ci parlate del veliero Rainbow Warrior III? Mi sembra non solo un esempio di ingegneria verde, ma il simbolo di una coscienza ambientale che deve necessariamente rinascere, in questi tempi. Rinnovarsi non serve più. (NDA: Il Rainbow Warrior III è stato commissionato ex-novo, prima volta per un’ammiraglia di Greenpeace, invece che essere un veliero rimesso a posto)

E’ vero. Fino ad ora abbiamo “solo” risistemato imbarcazioni che già navigavano. Il problema è che risistemarle secondo gli standard di Greenpeace comunque costa molto e comunque… ci sono limitazioni strutturali. Considerata anche la vita più lunga (si spera…) di una nave costruita ex novo e, chi l’avrebbe mai detto, il fatto che la recente crisi economica ha causato anche una diminuzione notevole dei costi… alla fine abbiamo deciso di provarci. E’ una sfida perché sarà una nave con propulsione mista (quindi, anche a vela) ma con un ponte porta elicotteri. Ovviamente, con il massimo possibile di efficienza energetica e con il minimo delle emissioni. Spero, anche con il massimo delle emozioni!

13
gen
10

I libri come semi – 10 domande a Gianluca Ferrara

Gianluca Ferrara è uno scrittore ed editore o meglio “seminatore d’idee”. Lo ringrazio moltissimo, per la gentilezza nell’avermi concesso quest’intervista.

Ci racconti la nascita e la scintilla per creare Edizioni Creativa?
La scintilla, quella decisiva che ha acceso questo laboratorio culturale, l’ho avuta nel 2005. Sentivo forte e sento oggi, ancor più di ieri, la necessità di trasmettere dei messaggi propositivi e costruttivi, che facciano riflettere e sognare.

Cosa significa essere seminatore d’idee, piuttosto che editore?
Vedi, sono convinto che i libri siano come dei semi che possono germogliare nell’animo di ognuno di noi e cambiarlo. Il termine editore non mi piace perché è soprattutto legato solo al freddo aspetto commerciale, in troppi si vantano e diventano egocentrici facendo questo lavoro, pensa che una volta ho conosciuto una persona, aveva appena aperto una casa editrice, che mi diede un bigliettino da visita personale con scritto nome, cognome e in basso “editore”. Capisci non era scritto il nome della casa editrice, ma il termine editore, lui ci teneva ad essere riconosciuto con quel termine. Alle volte abbiamo bisogno di parole per sentirci importanti. Francamente, specie per chi fa questo lavoro che dovrebbe veicolare pensieri, è triste.

Quali sono le difficoltà maggiori che affronti, ogni giorno, come editore?
Sono diverse, forse la più insidiosa è quella di cercare di battersi per trovare spazio in un mercato monopolizzato dai grossi gruppi editoriali che puntano a vendere libri come se fossero noccioline, dando poca importanza ai contenuti.

Ci parli di Dissensi?
Dissensi è un marchio editoriale nato dall’anonima collana di Edizioni Creativa. Sono saggi che hanno l’obiettivo di contro informare, suscitare entusiasmo e consapevolezza della realtà in cui viviamo. Una società governata da una dittatura dell’effimero. Di recente abbiamo pubblicato il testo del missionario teologo Arturo Paoli (Il cuore del Regno), quello della giornalista Sonia Toni (Così parla l’econauta) a cui hanno partecipato Beppe Grillo, Dario Fo, Luciano Ligabue, Red Ronnie, don Ciotti, Antonio di Pietro. Di questo libro prossimamente se ne dovrebbe occupare anche Striscia la Notizia.

Cosa dire ai giovani autori o agli aspiranti piccoli editori?
Di credere nei loro sogni ma rompersi la schiena per realizzarli.

Una misura concreta per migliorare un po’ il panorama editoriale italiano.
Boicottare determinate case editrici, comprare in modo oculato, cercare di informarsi sulla storia della casa editrice. Ma anche cercare di comprare dal piccolo libraio indipendente, valorizzare l’acquisto on-line. Si dovrebbe evitare di rendere possibili gruppi editoriali che monopolizzano il mercato, vietare gli sconti… Ma il discorso è lungo…

Parlaci di un bel progetto a cui ti stai interessando o che hai nel cassetto.
Sono diversi… per Dissensi uscirà il nuovo libro del missionario Daniele Moschetti a cui parteciperanno Vittorino Andreoli e il vescovo di Campobasso Bregantini.

E un progetto sfumato, che avresti voluto e che non sei riuscito a realizzare?
Non ho rimpianti, guardo avanti. Anche se alcuni libri belli li avrei voluti pubblicare.

Un tuo spazio internet si chiama “con gli ultimi“. Di che si tratta?
E’ uno spazio solidale dove concretamente si vuole essere d’ausilio a chi è rimasto indietro. Oltre alle parole occorre cercare di essere cambiamento in modo pragmatico.

Un libro che ti ha davvero colpito e che puoi consigliarci?
Il Vangelo.

In Primavera, per Castelvecchi Editore, uscirà l’ultimo libro di Gianluca Ferrara, il saggio “Nonostante il Vaticano”. Introduzione di Beppe Grillo, con interventi di Padre Alex Zanotelli, Don Andrea Gallo e Don Vitaliano Della Sala.

12
gen
10

Donne, oggi – PeaceReporter intervista Michela Marzano

Pubblico un’interessante intervista, dal sito di PeaceReporter. Michela Marzano è una filosofa italiana che insegna all’Università di Parigi. E’ considerata una degli intellettuali più influenti in Francia. Intervistata in occasione della lezione magistrale tenuta a Bologna nell’ambito di Gender Bender (festival dedicato alle rappresentazioni del corpo e ai lavori che si occupano delle identità di genere e di orientamento sessuale) che quest’anno si occupa del corpo femminile e intitolato Colpo di grazia. Gender Bender infrange il mito della donna in vetrina. La sua attenzione è spesso legata ai modelli femminili, schiacciati da stereotipi che le vorrebbero schiave dell’immagine e dell’apparenza. Donne combattute fra la coscienza del proprio corpo e la negazione dei limiti che impongono allo stesso di non accettare i segni imposti dall’età e dalla malattia in nome di una sorta di onnipotenza che spesso le trasforma in oggetti e merce di scambio. “Infrangere il mito della donna in vetrina.” Solamente così “si esce dalla prigione in cui ci si trova, dove il corpo è ridotto a merce di scambio o prigione del silenzio. Il fine del mio discorso è dimostrare l’importanza del pensiero critico, dell’analisi, della presa di parola. Fra gli scopi della filosofia del corpo c’è quello che la riflessione diventi incarnata superando la divisione anima corpo”. “La tendenza è pensare che la filosofia debba occuparsi solo di spirito, ma l’uomo, in quanto essere razionale, lo è solo se incarnato. È necessario uscire dal mito secondo cui uomini e donne sono esseri razionali disincarnati”. La giovane filosofa porta avanti, come lei lo definisce, “un pensiero che balbetta, che non ha certezze, né verità assolute, ma verità incarnate appunto”. Pone l’accento su “categorie che non si devono opporre, ma conciliare, vale per le dicotomie anima/corpo, uomo/donna, pubblico/privato”. La Marzano indica una via da seguire “rinaturalizzare il corpo per giungere ad una vulnerabilità che si confronti con i limiti”. La pensatrice si chiede quale posto occupi l’immagine nella nostra società consumistica, “il corpo” dice “è in bilico tra essere/apparire, specchio/maschera, essere/avere. Il corpo specchio mostra parte del proprio essere, ma può essere anche specchio infedele che nasconde ciò che siamo profondamente”. Parla di “donne in difficoltà soprattutto in Italia dove la società è ancora arcaica e machista e si chiede se “è libertà trasformare il proprio corpo in risorsa-merce”.

Dove sono finite le battaglie delle femministe?
Eh… (sospira e fa una pausa, ndr). Non lo so. È questo il problema. È come se in questi ultimi 15 anni ci fosse stato un cedimento da parte delle donne, come se si fossero progressivamente addormentate senza rendersi conto che le lotte devono continuare. Appena si abbassa la guardia il pericolo è dietro l’angolo. C’è sempre il rischio di una regressione, di perdere delle conquiste importanti. In Italia, rispetto alla Francia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, non mi spiego come mai non ci sia stata una trasmissione di valori, è come se qualcosa si fosse rotto a livello generazionale.

Di chi sono figlie queste donne?
Di chi “siamo” figlie? Di donne che si sono impegnate e poi hanno pensato che la situazione fosse stata definitivamente risolta mentre non era così. Ho 40 anni e le mie coetanee sono cresciute con l’idea che ci fosse una parità e che niente fosse definitivamente conquistato, ma si dovesse continuare ad impegnarsi, con la speranza che questo desse dei frutti. Se osservo le giovani donne di oggi, le ragazze di 20 anni, sono spaventata. Ho la sensazione che non si pongano più una serie di questioni. È come se tutto dovesse restare com’è, e che l’aspirazione più grande fosse quella di andare in tv e diventare una velina. Questo per me rimane un mistero.

Paradossalmente crede che fossero migliori i tempi delle nostre madri?
La situazione era molto difficile negli anni ’60, non so se le donne stessero meglio allora rispetto ad oggi, hanno fatto delle lotte straordinarie che hanno dato dei risultati. Ciò che è triste oggi è la sensazione che queste lotte non continuino e che la famosa uguaglianza reale a cui si aspirava non sia ancora stata raggiunta. La situazione delle donne di oggi è di frustrazione. C’erano tante speranze e molte di queste non si sono realizzate.

Cosa servirebbe ora, dopo il successo dell’appello, un movimento, scendere in piazza?
Secondo me bisogna tornare ai fondamentali, è una questione di educazione. Noi tutte ci dobbiamo mobilitare in quanto insegnanti. È una questione culturale di trasmissione di valori, conquiste, lotte. Negli ultimi anni il vero problema in Italia è stato un crollo culturale, educativo e di trasmissione. Oggi si raccolgono i miseri frutti di una società che ha creduto non fosse più importante mettere l’accento su valori come la formazione e la cultura, su tutto quello che è considerato inutile, come la letteratura, la filosofia. Si insegue un risultato immediato, contano le formazioni tecniche, si deve avere tutto a breve termine e ciò che implica una riflessione o un approfondimento a lungo termine, non interessa.

Uno slogan femminista degli anni ’70 è stato “io sono mia”. Non crede forse che oggi se ne sia travisato il senso, facendo un uso del corpo come oggetto?
È come se in Italia ci fosse una spaccatura tra due modi di vedere il ruolo della donna e i diritti, da un lato la società patriarcale, machista, tradizionale, dall’altro una posizione che definirei libertaria. Mi spiego meglio, da un lato la società machista e vecchio stile, come se ancora una volta fossero gli uomini gli unici in grado di decidere su una serie di questioni. Abbiamo visto l’estate scorsa cos’è successo intorno alla pillola RU486. Sono stati soprattutto gli uomini a prendere la parola e a spiegare alle donne quello che dovevano o non dovevano fare. Le donne sono state relativamente poco ascoltate e hanno preso poco la parola. Questo mostra come lo spazio dato alla donna per potersi affermare e spiegare su ciò che la riguarda direttamente, come la questione dell’aborto, sia minimo. Dall’altro lato ci sono posizioni che chiamo libertarie che tendono a teorizzare un’esistenza di una libertà assoluta che non esiste. La libertà va sempre contestualizzata. Ci sono una serie di condizioni socio-economiche e psicologiche che influenzano le scelte particolari. Come fare a riflettere sulla questione della libertà senza metterla in rapporto ad uguaglianza e solidarietà? Per poter uscire da questa impasse bisognerebbe riflettere sulla libertà, il corpo è mio, certo, io ho il mio corpo, ma io sono anche il mio corpo, non devo credere che sia una semplice proprietà, altrimenti si giungerebbe all’estremo di posizioni libertarie che giustificano il fatto che una persona priva di mezzi di sostentamento possa vendere gli organi. Lo sforzo per costruire una società giusta è arrivare a pensare insieme libertà, uguaglianza, solidarietà.

È d’accordo con la tendenza di alcune intellettuali e pensatrici di dare alle donne parte della responsabilità di una società machista, o crede sia un’altra colpa che ci addossiamo?
Credo sia un’altra colpa che ci addossiamo. Basta con i mea culpa, non si possono accusare le giovani di 20 anni di non aver preso posizione o di non prenderne quando si sa che fin da bambine le uniche cose che hanno visto e letto proponevano un modello stereotipato dal quale è difficile prendere distanza se non si hanno gli strumenti critici. Invece di colpevolizzarsi ancora una volta, cerchiamo di andare oltre, invece di accusarsi reciprocamente proviamo a costruire qualcosa insieme per il futuro e dare alle nuove generazioni la possibilità di staccarsi da queste norme, queste immagini, da una cultura maschilista invece che considerare che sono sempre le donne le responsabili.

Come s’inserisce il suo intervento nell’ambito del Festival?
Vorrei spiegare l’importanza oggi, per donne e uomini, di un pensiero incarnato che considera la fragilità della condizione umana, un pensiero che passa attraverso il corpo. Un messaggio che dovrebbe permettere a tutti di poter riflettere su se stessi in maniera non astratta.

Nell’appello che ha lanciato si parla di “ubbidienza e avvenenza” che “diventano come un burqa gettato sul corpo femminile”. Un burqa metaforico mentre si discute molto di burqa reale. Ci spiega meglio?
In Francia il velo è sempre più presente. Ci si chiede perché molte giovani donne, che spesso vengono da una cultura non islamista, non solo si convertono all’Islam, ma scelgono la forma più radicale. Come mai donne che dovrebbero mobilitarsi per la loro libertà preferiscono segregarsi, nascondersi dallo sguardo della società piuttosto che scendere in piazza per manifestare? Cosa sta succedendo nelle nostre società? Perchè le donne tendono a scegliere soluzioni integraliste che le spingono sempre di più all’interno della sfera privata come se la sfera pubblica fosse ancora ed unicamente per gli uomini? Il burqa rappresenta una forma di regressione alla sfera privata e una questione di immagine. Si è lottato per anni per potersi mostrare, perchè si sceglie di nascondersi? Meglio mostrarsi nonostante tutto, anche se comporta sottomettersi a critiche e accuse, diventare un bersaglio. Meglio assumere il proprio ruolo piuttosto che nascondersi e ritirarsi in una sfera privata in cui non si può dire molto.

Ci sono donne coscienti di usare il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi. Quanto sono libere di farlo o succubi invece di un contesto che le spinge a credere che sia l’unica soluzione?
Machiavelli direbbe “il fine giustifica i mezzi”. Nel momento in cui si vuole arrivare si utilizzano i mezzi a disposizione e in questa società la sensazione è che l’unico modo per arrivare sia usare il proprio corpo, si capisce perché molte persone lo utilizzino. È come se fosse normale accettare di mettersi in una situazione di schiavitù, riducendo il proprio corpo ad oggetto di scambio. Lo si fa volontariamente perché si spera di ottenere vantaggi, ma credo lo si faccia soprattutto per una forma di abitudine, mancano altri modelli. Se l’unico modello è questo, per quale motivo ribellarsi ad una regola? Questo apre la questione della necessità di decostruire alcune norme che hanno progressivamente strumentalizzato la libertà, con il risultato che l’unico modo di essere libere sembri debba passare dall’uso del proprio corpo come una proprietà.

Vede una via d’uscita?
Sì, difficile, però credo nelle donne. Se si crea la possibilità di decostruire alcuni modelli e capire ciò che è successo, è possibile costruire un’altra società.

Qual è per lei la voce più interessante del suo Dictionnaire du corps?
L’articolo che m’interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l’essenza dell’uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità. È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa.

06
gen
10

Mafia, banche, istituzioni – in memoria di Giuseppe Fava

Ecco questo pullulare di banche nuove, dovunque… E servono per ricicilare (il denaro sporco della mafia). Il Generale dalla Chiesa lo aveva capito.

Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925) è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore. Viene assassinato dalla mafia il 5 Gennaio 1984, a Catania.

È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film “Palermo or Wolfsburg”, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980. Per il suo delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978).

Le sue parole sono vivissime ed attuali.

Vi invito ad ascoltare questa meravigliosa intervista, fatta a Fava da Enzo Biagi, due mesi prima di essere ammazzato.

05
gen
10

partecipare e resistere – Intervista a Don Gallo

Ho chiesto a Don Andrea Gallo, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e le parole gentili d’incoraggiamento, di rispondere a 10 domande.

Sant’Agostino dice: “I cittadini della città terrena sono dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale” (S.Agostino – La città di Dio, XIV, 28). Don Gallo, cos’è la società della decrescita e perchè è un sentiero cristiano?

Consiglierei a tutti di leggere e meditare la “Lettera a Diogneto” (II secolo). Don Bosco diceva “camminare con i piedi per terra guardando il cielo”.

Nella “Caritas e Veritate” c’è un esplicito riferimento alla società della decrescita, auspicando una sincera inversione di rotta, quel cambiamento di mentalità spesso invocato e ancor più spesso ostacolato. Perchè la società della decrescita spaventa così tanto?

Nella Enciclica manca un pizzico di Marxismo. Non si conosce la realtà. E’ indispensabile la teoria-prassi-teoria.

Don Mazzolari dice in un bello scritto del 1949: “Chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo il lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, il diritto di vivere. Sta scritto infatti: «tu non ucci­derai » Il guadagno può farci omicida: e Giuda ha venduto il Sangue del Giusto, per trenta denari.”

Il diritto al lavoro è fondamentale. Per il neoliberismo è una bestemmia, solamente la produzione è legge.

Nel Catechismo degli Adulti “La verità vi farà liberi” si dice (1138) “L’economia di mercato in se stessa è positiva e rispondente alle esigenze della libertà: fa emergere i bisogni della gente, utilizza al meglio le risorse, forma prezzi equi.” Questa affermazione poi viene solo parzialmente mitigata. Non si sono avute prove a sufficienza della barbarie di un’economia di mercato, che finisce inevitabilmente in una tirannia del profitto, con tutto quello che ne consegue? Che ne pensa?

Domina la Divinità idolatrica e trinitaria: mercato (selvaggio), tecnologia, deterrenza totale

Padre Turoldo, in una bell’intervista di qualche anno fa, dice che nessuno risponde alla domanda “cosa vuoi diventare?” dicendo “voglio diventare un uomo”. Il progresso è solamente crescita nell’umanità, tutto quello che non fa crescere l’umanità è un ritornare verso il nulla. Che ne pensa?

Si deve sostituire alla parola “progresso” il concetto di sviluppo che è basato sulla uguaglianza.

Quando vedremo una Chiesa finalmente povera, sulla scia degli insegnamenti di Gesù e dei Santi? Solo quando trionferà la Città di Dio?

La Chiesa è cattolica cioè universale. La Chiesa è cattolica e di conseguenza cristiana. Se è cristiana è povera. Altrimenti non è chiesa cattolica.

Don Gallo, cosa significa seguire un cammino in direzione ostinata e contraria?

Il “non licet” al potere è una caratteristica costante. Il Cristiano è sale, lievito, chicco di grano che marcisce e da frutto.

Quale persona, nella sua vita, le ha offerto un esempio di vita spesa per la libertà, magari sconosciuta ai più, che vuole ricordarci?

Vorrei ricordare Nelson Mandela.

Cosa significa il tenere sempre la porta aperta, per accogliere le persone che arrivano dalla strada?

Significa leggere il Vangelo di Matteo, cap 25, vv. 32 e seguenti.

[32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. [44]Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. [46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Il nostro spazio è visitato da molti trentenni. Cosa si sentirebbe di dire ad una famiglia di precari, insicuri del proprio domani?

Griderei “Su la testa”. Sempre. Partecipare e resistere.

03
gen
10

Intervista a Grillo – “Hanno paura folle di noi”

Ecco l’intervista a Grillo, sul “Fatto quotidiano”, di oggi, 3 Gennaio 2010. Racconta la paura degli attuali politici italiani, che è solito chiamare, in varie immagini calzanti “le salme”, oppure “le muffe”. Parla della crescita delle liste civiche 5-stelle. Un movimento che è rete, dal basso, libero, organizzato secondo un non-statuto, dove ognuno conta uno e la sede non è fisica, ma sul web, spaventa tantissimo. Ma soprattutto spaventano i contenuti che questo movimento 5 stelle sta veicolando, le battaglie di cui si fa promotore (niente condannati in Parlamento, acqua pubblica, rilancio delle rinnovabili, decrescita economica,…). Contenuti di buon senso, rivoluzionari però in quest’Italia, ridotta ad un Circo Bazooko.

Ecco perchè segue il completo e totale oscuramento, sui giornali e le televisioni italiane. Una prova di questo? Quanti di voi sanno che questo movimento 5-stelle, nelle ultime amministrative, è riuscito a far entrare una trentina di consiglieri comunali in importanti città (Torino, Padova, Ferrara, Livorno, Bologna, Brindisi, Caltanissetta,…)?

Tra l’altro questa completa assenza dai media, tv e giornali, è logica, visto che questi media sono in mano al Presidente del Consiglio, non in modo figurato, ma proprio perchè ne è il proprietario diretto (Mediaset, Mondadori, ecc…) o “utilizzatore finale” (Rai).

Il famoso e famigerato “conflitto d’interessi”, che nemmeno i Governi di Centro-Sinistra, quindi sulla carta avversari di Berlusconi, hanno mai voluto affrontare. Riguardatevi, se non credete, le dichiarazioni in Aula di Luciano Violante (Ds), dove si lascia scappare l’inciucio (l’accordo segreto fra Governo e Opposizione) con Berlusconi. Violante dice: “Berlusconi, sa per certo, che gli è stata data la garanzia piena, non adesso (2003) ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni”. Guardate il gelo nei volti di chi è seduto vicino a Violante… Fassino si regge la testa fra le mani… sono atterriti perchè Violante si sta lasciando scappare qualcosa che non dovrebbe dire…

Ricordiamo come nella classifica della libertà di stampa di Reporter Sens Frontière , l’Italia sia al 40 posto, dopo paesi come Equador, Benin, Cile, Sud Africa, Namibia, El Salvador, Perù, Corea del Sud.

31
dic
09

di calma e di pace – 31 Dicembre 1869: nasce H. Matisse

Henri Matisse nasce il 31 Dicembre 1869 a Le Cateau-Cambrésis, Francia. La sua ricerca muove dalla rivoluzione del colore, il fauvisme (di cui è uno dei massimi esponenti, con Braque e Derain), per arrivare a riflessione sul segno, sull’equilibrio e la sintesi della forma. Giunge casualmente alla pittura, intorno ai 21 anni, per distrarsi durante la convalescenza da una malattia. Da quel momento la sua vocazione esplode violentemente, finendo per farlo diventare uno dei massimi artisti del ’900.

Matisse ricerca la sintesi e l’equilibrio, teso ad esprimere un’arte equilibrata, pura, tranquilla. Emblematica “La danza” (1910, olio su tela), che ben esprime la poetica dell’artista. Attraverso la scelta compositiva ed il colore esprime non tanto un fatto, un girotondo, quanto il prorompere inarrestabile della vita, il suo scorrere eterno, quello “slancio vitale” che sulla scia del filosofo Bergson è fondamento della realtà, un’ondata che cresce e si organizza nell’evoluzione creatrice.

Tutto questo non esplode in moto caotico: Matisse, con spirito “chiaro e distinto”, organizza la composizione attraverso le linee, ideali e reali, ordinate secondo la superficie.

Sul confine fra cielo e terra, fra universo e mondo, si muovono le cinque figure, impegnate in un vorticoso girotondo, con le braccia tese nello slancio di non rompere il cerchio, che si sta per aprire tra le due figure in basso a sinistra.

Danza che è allegoria della vita, fatta di un movimento continuo, di una tensione continua verso gli altri esseri umani, e in senso lato verso tutte le creature. Ed il girotondo avviene al confine fra terra e cielo, fra illusione e realtà, fra non essere ed essere, in un vortice al tempo stesso gioioso, che esprime la bellezza della vita in movimento ma anche affaticante, sottolineando in questo senso la necessità di una danza senza sosta, di un bisogno d’umanità sempre vivo.

Pubblico uno stralcio da un’intervista radiofonica a Matisse, del 1942

- Perchè lei dipinge?

Per tradurre nel colore e nel disegno le mie emozioni, le mie sensazioni e le reazioni della mia sensibilità, qualcosa che nè la più perfetta macchina fotografica, anche a colori, nè il cinema possono realizzare. Dal punto di vista del passatempo e della distrazione, il cinema ha senz’altro un grande vantaggio sui quadri (…) Per quanto riguarda il ritratto i pittori ora vengono superati da buoni fotografi.

- Alla luce di quello che ha detto, che cosa avverrà ai pittori? A che cosa servono?

Sono utili perchè possono aumentare il colore e il disegno attraverso la ricchezza della loro immaginazione, intensificata dalla loro emozione e dalla riflessione delle bellezze della natura come fanno i poeti o i musicisti. (…) Ho detto ai miei giovani allievi “Volete dipingere? Allora dovete tagliarvi la lingua, perchè la vostra decisione vi toglie il diritto di esprimervi in qualsiasi maniera se non col pennello”




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