De Andre’ e’ veramente lo chansonnier per eccellenza, un artista che si realizza proprio nell’intertestualita’ tra testo letterario e testo musicale. Ha una storia e morde davvero.
Mario Luzi
E’ impossibile descrivere Fabrizio De Andrè. Dicono che ci abbia salutato l’11 Gennaio 1999, ma non è vero. La dolcezza, la sete di libertà e giustizia, lo stare con gli ultimi, la sua ironia… l’immensa sua poesia, fatta di terra fra le dita, di sale, di splendente e vibrante umanità, rischiarano le nostre giornate. Ciao Faber!
Braccia nei campi, nulla fuori. Dove il sogno del lavoro è incubo
di Mimmo Calopresti
Rosarno, uno svincolo della ormai inutile ed impercorribile Salerno-Reggio Calabria, il pezzo di autostrada che mai nessun governo è riuscito a terminare e che rende la parte bassa della Calabria il luogo più lontano dal resto dell’Italia. Non mi viene in mente un altro modo di definire quel luogo. Un nome che sfugge dallo sguardo subito dopo averlo messo a fuoco, mentre stai andando da qualunque altra parte.
È un non luogo: da quello svincolo o ci si addentra nella Piana di Gioia Tauro, fino ad arrivare al porto, o si imbocca la superstrada che porta all’altra costa, venti minuti per passare dal mar Tirreno al mar Jonio, e in mezzo il nulla. In quella parte della Calabria non c’è che il nulla e, in più, d’inverno fa freddo, niente a che vedere con l’immaginario classico del sud: sole, mare e tutto il resto.
Nella Piana gli agrumeti e gli uliveti fanno da padroni. La raccolta, prima dei mandarini e poi delle arance, è un lavoro duro, ma è ancora un buon modo di fare soldi. Chi ha ereditato un pezzo di terra dai genitori ha evitato quell’emigrazione di massa che ha coinvolto i più e ora ha qualcosa di cui occuparsi. I più capaci hanno sviluppato un sistema semi industriale per riuscire a sviluppare la commercializzazione del loro prodotto, gli altri debbono accontentarsi, usando manodopera a basso costo, di rivendere il raccolto sul territorio.
Lavoro duro e malpagato che nessuno vuol più fare. Eppure qualcuno che ancora può fare quel lavoro c’è: sono gli stranieri, gli immigrati, quelli dalla pelle scura (ma più scura di quella dei ragazzotti del luogo), i neri, i negri.
Proprio i negri, quelli che arrivano dall’Africa nera, quelli che non hanno niente, che non hanno ancora capito se sono arrivati in Italia oppure chissà dove, che si illudono di essere lì solo di passaggio, prima di approdare nei luoghi della ricchezza e delle comodità.
I negri che si accontentano di vivere come bestie. Quelli che, d’altronde, ci sono abituati, quelli che si fanno la capanna con il cartone nei casolari abbandonati o, peggio, per paura di essere derubati dormono tutti insieme, per terra, in una fabbrica abbandonata e data al fuoco qualche anno fa.
Gli unici rapporti sono quelli con un parroco di buona volontà. Gli unici luoghi di contatto con il resto del mondo: i supermercati, dove comprare il minimo indispensabile per sopravvivere. Lì c’è l’incontro, lì c’è lo scambio. Ma non ti venga in mente di rivolgere qualche parola di più alla cassiera, altrimenti scoppia il casino: se fino a quel punto, in quel mare di desolazione, i ragazzi del luogo ti avevano solo preso in giro e quando ti incontravano in paese ti scansavano perché i negri puzzano, a quel punto fanno il salto di qualità e ti sparano.
Per carità niente colpi di lupara, basta un fucile ad aria compressa ed eccoti umiliato, non si parla e non si scherza con la donna bianca. Allora non sopporti più, ti sembra troppo, hai voglia di alzare la testa, di dirlo in faccia a quei quattro ragazzotti che tu hai gia abbastanza cazzi per riuscire a sopportare quella vita di merda, che quando ti svegli al mattino non riesci a lavarti perché l’acqua è gelida, che durante il giorno, mentre lavori, hai le mani e i piedi rattrappiti dal freddo e, quando hai finito di lavorare, non c’è niente intorno a te che ti renda la vita sopportabile tranne un improvvisato fuoco intorno a cui passare la serata.
Non hai più la forza di pensare e sognare una vita migliore di questa, sei solo incazzato con te stesso per esserti infilato, senza sapere come, in un inferno senza vie d’uscita. Il casino, a quel punto, sei tu a cominciarlo, perché – come diceva Fabrizio De Andrè – chi non terrorizza si ammala di terrore. Cerchi di farti sentire. Vuoi far sapere a tutti che non sei più disponibile a fare quella vita; che, anche se hai accettato un lavoro da schiavo, se non sai che cos’è un contratto di lavoro, se non sai che esiste il sindacato, se non pretendi di essere tutelato da uno Stato di diritto che in una parte del suo territorio accetta che esista la schiavitù, hai comunque una dignità e una vita da difendere.
Vuoi affermare che non puoi essere scambiato per un tiro a segno, che la tua carne brucia non solo per il freddo che accumuli durante le troppe ore di lavoro, ma perché da troppo tempo il tuo cuore non riesce ad essere riscaldato dai suoni, dagli odori e dagli affetti della tua terra e quindi pompa in circolo solo sangue avvelenato. Rosarno brucia. Il resto dell’Italia è lontana, irraggiungibile.
Ecco questo pullulare di banche nuove, dovunque… E servono per ricicilare (il denaro sporco della mafia). Il Generale dalla Chiesa lo aveva capito.
Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925) è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore. Viene assassinato dalla mafia il 5 Gennaio 1984, a Catania.
È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film “Palermo or Wolfsburg”, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1980. Per il suo delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978).
Le sue parole sono vivissime ed attuali.
Vi invito ad ascoltare questa meravigliosa intervista, fatta a Fava da Enzo Biagi, due mesi prima di essere ammazzato.
Khalil Gibran (جبران خليل جبران o Jibrān Khalīl Jibrān) nasce a Bsharri, in Libano, il 6 gennaio 1883. Artista poliedrico: poeta, pittore e filosofo.
Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; le sue opere si diffusero ben oltre il suo paese d’origine: fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: Il Profeta e Massime spirituali.
Molti degli scritti di Gibran hanno per argomento il cristianesimo, in particolare il tema dell’amore spirituale. La sua opera poetica si distingue per l’uso di un linguaggio formale e per osservazioni sui temi della vita mediante termini spirituali.
L’opera più nota di Gibran è Il Profeta, un volume composto di 26 saggi poetici pubblicato nel 1923. Durante gli anni ’60, Il Profeta fu popolarissimo nella controcultura americana e nei movimenti New Age e resta tuttora celebre.
Juliet Thompson riferì che Gibran le aveva detto di aver pensato ad `Abdu’l-Bahá, allora guida della religione Bahá’í, durante tutta la stesura de Il Profeta.
Un suo verso, ci aiuta a comprendere tutta la sua opera:
Half of what I say is meaningless, but I say it so that the other half may reach you
(Metà di quel che dico non ha senso, ma lo dico perché l’altra metà possa giungere a te).
Un artista molto criticato, discusso, letto tantissimo in tutto il mondo, che comunque fa sempre riflettere.
Pubblico un estratto tratto da “Il Profeta”, intitolato “Sulla Libertà”
Sulla Libertà
E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.
Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.
E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?
L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare.
Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio ?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
e quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.
Ecco l’intervista a Grillo, sul “Fatto quotidiano”, di oggi, 3 Gennaio 2010. Racconta la paura degli attuali politici italiani, che è solito chiamare, in varie immagini calzanti “le salme”, oppure “le muffe”. Parla della crescita delle liste civiche 5-stelle. Un movimento che è rete, dal basso, libero, organizzato secondo un non-statuto, dove ognuno conta uno e la sede non è fisica, ma sul web, spaventa tantissimo. Ma soprattutto spaventano i contenuti che questo movimento 5 stelle sta veicolando, le battaglie di cui si fa promotore (niente condannati in Parlamento, acqua pubblica, rilancio delle rinnovabili, decrescita economica,…). Contenuti di buon senso, rivoluzionari però in quest’Italia, ridotta ad un Circo Bazooko.
Ecco perchè segue il completo e totale oscuramento, sui giornali e le televisioni italiane. Una prova di questo? Quanti di voi sanno che questo movimento 5-stelle, nelle ultime amministrative, è riuscito a far entrare una trentina di consiglieri comunali in importanti città (Torino, Padova, Ferrara, Livorno, Bologna, Brindisi, Caltanissetta,…)?
Tra l’altro questa completa assenza dai media, tv e giornali, è logica, visto che questi media sono in mano al Presidente del Consiglio, non in modo figurato, ma proprio perchè ne è il proprietario diretto (Mediaset, Mondadori, ecc…) o “utilizzatore finale” (Rai).
Il famoso e famigerato “conflitto d’interessi”, che nemmeno i Governi di Centro-Sinistra, quindi sulla carta avversari di Berlusconi, hanno mai voluto affrontare. Riguardatevi, se non credete, le dichiarazioni in Aula di Luciano Violante (Ds), dove si lascia scappare l’inciucio (l’accordo segreto fra Governo e Opposizione) con Berlusconi. Violante dice: “Berlusconi, sa per certo, che gli è stata data la garanzia piena, non adesso (2003) ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni”. Guardate il gelo nei volti di chi è seduto vicino a Violante… Fassino si regge la testa fra le mani… sono atterriti perchè Violante si sta lasciando scappare qualcosa che non dovrebbe dire…
Ricordiamo come nella classifica della libertà di stampa di Reporter Sens Frontière , l’Italia sia al 40 posto, dopo paesi come Equador, Benin, Cile, Sud Africa, Namibia, El Salvador, Perù, Corea del Sud.
Apprendiamo come le autorità iraniane stiano mettendo il bavaglio ai giornalisti liberi, per stendere un velo di silenzio sul bagno di sangue di ieri, in modo da poter continuare nella propria opera di repressione atroce con impunità.
Molti giornalisti e bloggers, tra cui Emadoldin Baghi, figura di spicco nella lotta per i diritti umani, vengono arrestati per il fatto di essere testimoni scomodi dell’orrore, da uomini vestiti in abiti civili: i cani vogliono provare a non farsi riconoscere… è tutto così grottesco… non sanno che li riconosceremo sempre, dal loro odore.
Solidarietà agli assetati di giustizia e libertà, sempre.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
S. Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature
Ora l’acqua, a quando l’aria? Ricopio integralmente l’appello di Padre Alex Zanotelli, a favore di sorella Acqua, contro la privatizzazione. Ma che possiamo fare, nel nostro piccolo? Beh, intanto potremmo iniziare firmando l’appello, se ne condividete, come me, i contenuti.
“Maledetti voi!”. Per coloro che, il 19 novembre, hanno votato in parlamento per la privatizzazione dell’acqua, non posso usare altra espressione che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca: «Guai a voi, ricchi!» (Lc 6,24). Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua. Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è un diritto umano fondamentale.
Questa è la più clamorosa sconfitta della politica. È la stravittoria dei potentati economico-finanziari e delle lobby internazionali. È la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business.
A farne le spese è “sorella acqua”, il bene più prezioso dell’umanità, che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici sia per l’aumento demografico.
Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese (bollette del 30-40% in più, come minimo), ma soprattutto dagli impoveriti del mondo. Se oggi 50 milioni all’anno muoiono per fame e malattie connesse, domani 100 milioni moriranno di sete. Dei tre miliardi che vivono oggi con meno di due dollari al giorno, chi potrà pagarsi l’acqua?
Noi siamo per la vita, per l’acqua che è vita e fonte di vita. Chi ha cantato vittoria, sappia che si tratta di una vittoria di Pirro. A chi si sente sconfitto, chiediamo di trasformare questa “sconfitta” in un rinnovato impegno per l’acqua, per la vita, per la democrazia. Questo voto parlamentare sarà un boomerang per chi l’ha votato.
Il nostro è un appello, prima di tutto, ai cittadini, a ogni uomo e donna di buona volontà. Dobbiamo ripartire dal basso, dalla gente, dai comuni.
Per questo chiedo:
- Ai cittadini: di protestare contro il decreto Ronchi, inviando e-mail ai propri parlamentari; di creare gruppi in difesa dell’acqua a livello locale e regionale; di costituirsi in cooperative per la gestione della propria acqua.
- Ai comuni: di indire consigli comunali monotematici in difesa dell’acqua; di dichiarare l’acqua bene comune, privo di rilevanza economica; di fare la scelta dell’Azienda pubblica speciale (la nuova legge non impedisce che i comuni scelgano la via del totalmente pubblico, dell’azienda speciale, delle cosiddette municipalizzate).
- Agli “Ambiti territoriali ottimali” (Ato): di trasformarsi in aziende speciali, gestite con la partecipazione dei cittadini. (Oggi i 64 Ato sono affidati a spa a totale capitale pubblico). Alle regioni: d’impugnare la costituzionalità della nuova legge, come ha fatto la Regione Puglia; di varare leggi regionali sulla gestione pubblica dell’acqua.
- Ai sindacati: di pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua; di mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.
- Ai vescovi italiani: di proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano, sulla scia della recente enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, la quale si augura che «maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni» (27); di protestare come Conferenza episcopale italiana contro il decreto Ronchi.
- Alle comunità cristiane: di informare i fedeli sulla questione acqua; di organizzarsi in difesa dell’acqua.
- Ai partiti: di esprimere a chiare lettere la propria posizione sulla gestione dell’acqua; di farsi promotori di una discussione parlamentare sulla legge d’iniziativa popolare contro la privatizzazione dell’acqua, firmata da oltre 400.000 cittadini.
L’acqua è l’oro blu del 21° secolo. Assieme all’aria, l’acqua è il bene più prezioso dell’umanità. Vogliamo gridare, oggi più che mai, quello che abbiamo urlato in tante piazze e teatri di questo paese, ben riassunto in queste parole di mons. Giovanni Marra, arcivescovo emerito di Messina: «L’aria e l’acqua sono in assoluto i beni fondamentali e indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili. L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto. Pertanto, si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai comuni organizzati in società pubbliche, che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione al costo più basso possibile».
Padre Alex Zanotelli, uomo di Chiesa
Per firmare l’appello, mandate una mail con oggetto “aderisco” all’indirizzo beni_comuni@libero.it
Ho l’onore di abitare in una via dedicata ai sette Fratelli Cervi, eroi italiani vissuti per la libertà, tristemente quasi sconosciuti. Non dimentichiamoli.
La notte fra le sbarre, fin dove soffia il vento
intatte, vedi splendere 7 stelle d’argento
7 stelle dell’Orsa, come 7 sorelle
i cani non potranno fucilare le stelle…
I sette fratelli si chiamavano: Gelindo, nato nel 1901; Antenore, (1906); Aldo, (1909); Ferdinando, (1911); Agostino, (1916); Ovidio, (1918); Ettore, (1921); avevano anche due sorelle, Diomira e Rina.
Il 28 Dicembre 1943 tutti i sette fratelli Cervi, ed il patriota Quarto Camurri vengono fucilati, all’alba, nel poligono di tiro di Reggio Emilia, dai fascisti.
La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina della zona del basso reggiano. Mezzadri per lungo tempo, cioè contadini senza la proprietà della terra, i Cervi, guidati dal padre Alcide e dalla madre Genoveffa Conconi, sono costretti a spostarsi da un podere all’altro, finchè non riescono ad ottenere un podere in affitto.
I Cervi hanno idee rivoluzionarie nella conduzione dei campi e delle stalle. Loro non si accontentano di sopravvivere come tutti: per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento capiscono che bisogna usare il cervello oltre che i muscoli. Pertanto, pur avendo a disposizione un podere non florido, si impegnano a trasformarlo radicalmente anche e soprattutto tramite i nuovi studi sull’agricoltura. E ci riescono.
Nonostante infatti la scarsa alfabetizzazione della campagna, i Cervi sanno leggere e capiscono l’importanza della cultura, per cui incrementano senza sosta la loro biblioteca casalinga, di cui fanno parte fra l’altro libri sull’apicoltura e sula crescita del frumento e dell’uva.
Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione, abbracciando il futuro, iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l’emblema del Museo Cervi oggi.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla lotta per la libertà e l’uguaglianza, dalla stalla alla società.
La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ’800 e ’900 si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista e dalla rete cattolica.
La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia che il regime impone sul paese. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.
Essere antifascisti durante il regime, però, significava necessariamente clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio che sta correndo, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.
Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.
Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime, ed i Cervi sono sempre costantemente controllati dai fascisti.
Intanto, per l’Italia, il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 Luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pasta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta della tirannia.
La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 Settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà contro l’occupazione tedesca, e ancora una volta contro il fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste.
La famiglia Cervi partecipa attivamente alla lotta anti-fascista partigiana: fin dall’inizio della seconda guerra mondiale la casa dei Cervi è diventata porto sicuro per tutti gli antifascisti ed i combattenti per la libertà, tra cui i prigionieri stranieri riusciti a fuggire dai campi di sterminio, ma dopo l’8 Settembre i Cervi intensificano sempre più la loro attività di Resistenza.
Nella notte tra il 24 e il 25 Novembre 1943, durante un rastrellamento, vengono sorpresi nella loro abitazione dalle pattuglie fasciste. Dopo uno scontro a fuoco, i fascisti decidono di incendiare il fienile e la stalla. I Cervi si arrendono per salvare la vita delle loro donne e dei bambini e vengono trasportati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Qui vengono torturati fino al giorno del loro omicidio, avvenuto per mano fascista il 28 Dicembre 1943.
I fratelli Cervi sono stati insigniti con la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Se volete approfondire le vicende dei Cervi: Istituto Alcide Cervi – wikipedia, da cui ho attinto liberamente per questo post.
“The limits of control” ed io ci siamo fatti compagnia ieri notte, ed è stato molto piacevole. Regia del newyorchese Jim Jarmusch, la pellicola narra il percorso che un uomo deve compiere per giungere al proprio obiettivo. Un film tagliente, geometrico, dolcemente incompleto, che lascerà le persone più dormienti indifferenti, ma che può far riflettere molto chi ha gli occhi un po’ più aperti.
Provo a spiegare, viaggiatore, le mie impressioni su questa pellicola.
Un killer camerunense viene assoldato da una misteriosa organizzazione, composta da persone di diverse nazionalità, per assassinare un uomo. Questa persona, un pezzo grosso, è uno di quelli che muovono le leve del potere, di quelli che decidono le sorti delle altre persone. Talmente importante, talmente rappresentativa del potere che diventa simbolo di tutto quello che questo potere ha significato e significa nella vita quotidiana. Ecco il motivo per cui viene assoldato il killer africano: si tratta di un simbolo da colpire, da eliminare.
L’uomo di potere ovviamente sa tutto questo, ed è per questo che vive in un bunker iper-tecnologico in mezzo al deserto spagnolo, sorvegliato da vigilantes armati fino ai denti, con tutta la moderna tecnologia a difenderlo (e a ben guardare, a difendere se stessa, essendo l’industria bellica il primogenito di ogni sistema di potere). Una fortezza all’apparenza inespugnabile, inavvicinabile.
Ci sono diverse sfumature e piani di significato che si intrecciano nel film, ma ne voglio suggerire due, i più evidenti e semplici da cogliere, per non rovinare completamente la visione di questo capolavoro.
1) Questa persona di potere è un burattinaio, muove i fili, è il capo della stanza dei bottoni… Si può dire, all’apparenza, che abbia tutto. E’ rispettato, temuto, ha “tutto” nella vita: soldi, ricchezza, fama, potere, eccetera eccetera…. Ma siamo proprio sicuri, navigatore, che le cose stiano proprio così? Siamo sicuri che sia un burattinaio e non una marionetta, non un burattino anche lui? O meglio, è davvero libero un uomo che ha costantemente paura? Un uomo che deve passare la propria vita nascosto, per paura di essere eliminato? Un uomo che vive sotto terra non è un uomo libero, dunque non è un uomo, diventa una talpa, un verme.
Ciò accade inevitabilmente, perchè il potere è disumanizzante, è una creatura che finisce per ingoiare ogni cosa, compresi i propri strumenti. Il potere non accetta divisioni.
2) Il titolo del film è “I limiti del controllo”. Qual è il limite del controllo?
Il limite del controllo è quello di fallire di fronte ad una persona che vuole veramente essere libera, senza condizionamenti, senza catene. Il controllo non può esercitarsi sulla sete di libertà delle persone veramente libere.
Il regista è molto bravo nel suggerirci questo. In una scena del film ci mostra il bunker, inespugnabile ma allo stesso tempo ci mostra la determinazione del killer. Nella scena immediatamente successiva, l’uomo di potere entra nel proprio ufficio sotterraneo, si siede e si accorge che nella stanza, sul divano, è seduto il killer, tranquillo.
Alla domanda dell’uomo di potere “Come diavolo ha fatto ad entrare qui?”, il killer risponde “Ho usato la mia immaginazione”.
In questo scambio c’è il significato del film, il suo inno alla libertà. Il controllo, il potere è talmente auto-referenziale, talmente innamorato di se stesso, da essere sconvolto, irretito, instupidito dalla possibilità che accada un evento al di fuori di quanto programmato e deciso a tavolino. Ecco la scintilla che incendia il sistema, la persona libera che scardina i principi del controllo.
Commenti recenti