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Donne, oggi – PeaceReporter intervista Michela Marzano

Pubblico un’interessante intervista, dal sito di PeaceReporter. Michela Marzano è una filosofa italiana che insegna all’Università di Parigi. E’ considerata una degli intellettuali più influenti in Francia. Intervistata in occasione della lezione magistrale tenuta a Bologna nell’ambito di Gender Bender (festival dedicato alle rappresentazioni del corpo e ai lavori che si occupano delle identità di genere e di orientamento sessuale) che quest’anno si occupa del corpo femminile e intitolato Colpo di grazia. Gender Bender infrange il mito della donna in vetrina. La sua attenzione è spesso legata ai modelli femminili, schiacciati da stereotipi che le vorrebbero schiave dell’immagine e dell’apparenza. Donne combattute fra la coscienza del proprio corpo e la negazione dei limiti che impongono allo stesso di non accettare i segni imposti dall’età e dalla malattia in nome di una sorta di onnipotenza che spesso le trasforma in oggetti e merce di scambio. “Infrangere il mito della donna in vetrina.” Solamente così “si esce dalla prigione in cui ci si trova, dove il corpo è ridotto a merce di scambio o prigione del silenzio. Il fine del mio discorso è dimostrare l’importanza del pensiero critico, dell’analisi, della presa di parola. Fra gli scopi della filosofia del corpo c’è quello che la riflessione diventi incarnata superando la divisione anima corpo”. “La tendenza è pensare che la filosofia debba occuparsi solo di spirito, ma l’uomo, in quanto essere razionale, lo è solo se incarnato. È necessario uscire dal mito secondo cui uomini e donne sono esseri razionali disincarnati”. La giovane filosofa porta avanti, come lei lo definisce, “un pensiero che balbetta, che non ha certezze, né verità assolute, ma verità incarnate appunto”. Pone l’accento su “categorie che non si devono opporre, ma conciliare, vale per le dicotomie anima/corpo, uomo/donna, pubblico/privato”. La Marzano indica una via da seguire “rinaturalizzare il corpo per giungere ad una vulnerabilità che si confronti con i limiti”. La pensatrice si chiede quale posto occupi l’immagine nella nostra società consumistica, “il corpo” dice “è in bilico tra essere/apparire, specchio/maschera, essere/avere. Il corpo specchio mostra parte del proprio essere, ma può essere anche specchio infedele che nasconde ciò che siamo profondamente”. Parla di “donne in difficoltà soprattutto in Italia dove la società è ancora arcaica e machista e si chiede se “è libertà trasformare il proprio corpo in risorsa-merce”.

Dove sono finite le battaglie delle femministe?
Eh… (sospira e fa una pausa, ndr). Non lo so. È questo il problema. È come se in questi ultimi 15 anni ci fosse stato un cedimento da parte delle donne, come se si fossero progressivamente addormentate senza rendersi conto che le lotte devono continuare. Appena si abbassa la guardia il pericolo è dietro l’angolo. C’è sempre il rischio di una regressione, di perdere delle conquiste importanti. In Italia, rispetto alla Francia, la situazione sembra particolarmente preoccupante, non mi spiego come mai non ci sia stata una trasmissione di valori, è come se qualcosa si fosse rotto a livello generazionale.

Di chi sono figlie queste donne?
Di chi “siamo” figlie? Di donne che si sono impegnate e poi hanno pensato che la situazione fosse stata definitivamente risolta mentre non era così. Ho 40 anni e le mie coetanee sono cresciute con l’idea che ci fosse una parità e che niente fosse definitivamente conquistato, ma si dovesse continuare ad impegnarsi, con la speranza che questo desse dei frutti. Se osservo le giovani donne di oggi, le ragazze di 20 anni, sono spaventata. Ho la sensazione che non si pongano più una serie di questioni. È come se tutto dovesse restare com’è, e che l’aspirazione più grande fosse quella di andare in tv e diventare una velina. Questo per me rimane un mistero.

Paradossalmente crede che fossero migliori i tempi delle nostre madri?
La situazione era molto difficile negli anni ’60, non so se le donne stessero meglio allora rispetto ad oggi, hanno fatto delle lotte straordinarie che hanno dato dei risultati. Ciò che è triste oggi è la sensazione che queste lotte non continuino e che la famosa uguaglianza reale a cui si aspirava non sia ancora stata raggiunta. La situazione delle donne di oggi è di frustrazione. C’erano tante speranze e molte di queste non si sono realizzate.

Cosa servirebbe ora, dopo il successo dell’appello, un movimento, scendere in piazza?
Secondo me bisogna tornare ai fondamentali, è una questione di educazione. Noi tutte ci dobbiamo mobilitare in quanto insegnanti. È una questione culturale di trasmissione di valori, conquiste, lotte. Negli ultimi anni il vero problema in Italia è stato un crollo culturale, educativo e di trasmissione. Oggi si raccolgono i miseri frutti di una società che ha creduto non fosse più importante mettere l’accento su valori come la formazione e la cultura, su tutto quello che è considerato inutile, come la letteratura, la filosofia. Si insegue un risultato immediato, contano le formazioni tecniche, si deve avere tutto a breve termine e ciò che implica una riflessione o un approfondimento a lungo termine, non interessa.

Uno slogan femminista degli anni ’70 è stato “io sono mia”. Non crede forse che oggi se ne sia travisato il senso, facendo un uso del corpo come oggetto?
È come se in Italia ci fosse una spaccatura tra due modi di vedere il ruolo della donna e i diritti, da un lato la società patriarcale, machista, tradizionale, dall’altro una posizione che definirei libertaria. Mi spiego meglio, da un lato la società machista e vecchio stile, come se ancora una volta fossero gli uomini gli unici in grado di decidere su una serie di questioni. Abbiamo visto l’estate scorsa cos’è successo intorno alla pillola RU486. Sono stati soprattutto gli uomini a prendere la parola e a spiegare alle donne quello che dovevano o non dovevano fare. Le donne sono state relativamente poco ascoltate e hanno preso poco la parola. Questo mostra come lo spazio dato alla donna per potersi affermare e spiegare su ciò che la riguarda direttamente, come la questione dell’aborto, sia minimo. Dall’altro lato ci sono posizioni che chiamo libertarie che tendono a teorizzare un’esistenza di una libertà assoluta che non esiste. La libertà va sempre contestualizzata. Ci sono una serie di condizioni socio-economiche e psicologiche che influenzano le scelte particolari. Come fare a riflettere sulla questione della libertà senza metterla in rapporto ad uguaglianza e solidarietà? Per poter uscire da questa impasse bisognerebbe riflettere sulla libertà, il corpo è mio, certo, io ho il mio corpo, ma io sono anche il mio corpo, non devo credere che sia una semplice proprietà, altrimenti si giungerebbe all’estremo di posizioni libertarie che giustificano il fatto che una persona priva di mezzi di sostentamento possa vendere gli organi. Lo sforzo per costruire una società giusta è arrivare a pensare insieme libertà, uguaglianza, solidarietà.

È d’accordo con la tendenza di alcune intellettuali e pensatrici di dare alle donne parte della responsabilità di una società machista, o crede sia un’altra colpa che ci addossiamo?
Credo sia un’altra colpa che ci addossiamo. Basta con i mea culpa, non si possono accusare le giovani di 20 anni di non aver preso posizione o di non prenderne quando si sa che fin da bambine le uniche cose che hanno visto e letto proponevano un modello stereotipato dal quale è difficile prendere distanza se non si hanno gli strumenti critici. Invece di colpevolizzarsi ancora una volta, cerchiamo di andare oltre, invece di accusarsi reciprocamente proviamo a costruire qualcosa insieme per il futuro e dare alle nuove generazioni la possibilità di staccarsi da queste norme, queste immagini, da una cultura maschilista invece che considerare che sono sempre le donne le responsabili.

Come s’inserisce il suo intervento nell’ambito del Festival?
Vorrei spiegare l’importanza oggi, per donne e uomini, di un pensiero incarnato che considera la fragilità della condizione umana, un pensiero che passa attraverso il corpo. Un messaggio che dovrebbe permettere a tutti di poter riflettere su se stessi in maniera non astratta.

Nell’appello che ha lanciato si parla di “ubbidienza e avvenenza” che “diventano come un burqa gettato sul corpo femminile”. Un burqa metaforico mentre si discute molto di burqa reale. Ci spiega meglio?
In Francia il velo è sempre più presente. Ci si chiede perché molte giovani donne, che spesso vengono da una cultura non islamista, non solo si convertono all’Islam, ma scelgono la forma più radicale. Come mai donne che dovrebbero mobilitarsi per la loro libertà preferiscono segregarsi, nascondersi dallo sguardo della società piuttosto che scendere in piazza per manifestare? Cosa sta succedendo nelle nostre società? Perchè le donne tendono a scegliere soluzioni integraliste che le spingono sempre di più all’interno della sfera privata come se la sfera pubblica fosse ancora ed unicamente per gli uomini? Il burqa rappresenta una forma di regressione alla sfera privata e una questione di immagine. Si è lottato per anni per potersi mostrare, perchè si sceglie di nascondersi? Meglio mostrarsi nonostante tutto, anche se comporta sottomettersi a critiche e accuse, diventare un bersaglio. Meglio assumere il proprio ruolo piuttosto che nascondersi e ritirarsi in una sfera privata in cui non si può dire molto.

Ci sono donne coscienti di usare il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi. Quanto sono libere di farlo o succubi invece di un contesto che le spinge a credere che sia l’unica soluzione?
Machiavelli direbbe “il fine giustifica i mezzi”. Nel momento in cui si vuole arrivare si utilizzano i mezzi a disposizione e in questa società la sensazione è che l’unico modo per arrivare sia usare il proprio corpo, si capisce perché molte persone lo utilizzino. È come se fosse normale accettare di mettersi in una situazione di schiavitù, riducendo il proprio corpo ad oggetto di scambio. Lo si fa volontariamente perché si spera di ottenere vantaggi, ma credo lo si faccia soprattutto per una forma di abitudine, mancano altri modelli. Se l’unico modello è questo, per quale motivo ribellarsi ad una regola? Questo apre la questione della necessità di decostruire alcune norme che hanno progressivamente strumentalizzato la libertà, con il risultato che l’unico modo di essere libere sembri debba passare dall’uso del proprio corpo come una proprietà.

Vede una via d’uscita?
Sì, difficile, però credo nelle donne. Se si crea la possibilità di decostruire alcuni modelli e capire ciò che è successo, è possibile costruire un’altra società.

Qual è per lei la voce più interessante del suo Dictionnaire du corps?
L’articolo che m’interessa di più è desiderio, perché credo che il desiderio, come diceva Spinoza, sia l’essenza dell’uomo ed è attraverso il corpo che possiamo manifestarlo sapendo che non è una semplice pulsione. Non è un bisogno, è una forza che parte da ognuno di noi e ci spinge ad andare verso gli altri sapendo che essi mantengono la loro alterità. È in questo incontro legato al desiderio reciproco che si crea qualcosa.

05
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10

partecipare e resistere – Intervista a Don Gallo

Ho chiesto a Don Andrea Gallo, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e le parole gentili d’incoraggiamento, di rispondere a 10 domande.

Sant’Agostino dice: “I cittadini della città terrena sono dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale” (S.Agostino – La città di Dio, XIV, 28). Don Gallo, cos’è la società della decrescita e perchè è un sentiero cristiano?

Consiglierei a tutti di leggere e meditare la “Lettera a Diogneto” (II secolo). Don Bosco diceva “camminare con i piedi per terra guardando il cielo”.

Nella “Caritas e Veritate” c’è un esplicito riferimento alla società della decrescita, auspicando una sincera inversione di rotta, quel cambiamento di mentalità spesso invocato e ancor più spesso ostacolato. Perchè la società della decrescita spaventa così tanto?

Nella Enciclica manca un pizzico di Marxismo. Non si conosce la realtà. E’ indispensabile la teoria-prassi-teoria.

Don Mazzolari dice in un bello scritto del 1949: “Chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo il lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, il diritto di vivere. Sta scritto infatti: «tu non ucci­derai » Il guadagno può farci omicida: e Giuda ha venduto il Sangue del Giusto, per trenta denari.”

Il diritto al lavoro è fondamentale. Per il neoliberismo è una bestemmia, solamente la produzione è legge.

Nel Catechismo degli Adulti “La verità vi farà liberi” si dice (1138) “L’economia di mercato in se stessa è positiva e rispondente alle esigenze della libertà: fa emergere i bisogni della gente, utilizza al meglio le risorse, forma prezzi equi.” Questa affermazione poi viene solo parzialmente mitigata. Non si sono avute prove a sufficienza della barbarie di un’economia di mercato, che finisce inevitabilmente in una tirannia del profitto, con tutto quello che ne consegue? Che ne pensa?

Domina la Divinità idolatrica e trinitaria: mercato (selvaggio), tecnologia, deterrenza totale

Padre Turoldo, in una bell’intervista di qualche anno fa, dice che nessuno risponde alla domanda “cosa vuoi diventare?” dicendo “voglio diventare un uomo”. Il progresso è solamente crescita nell’umanità, tutto quello che non fa crescere l’umanità è un ritornare verso il nulla. Che ne pensa?

Si deve sostituire alla parola “progresso” il concetto di sviluppo che è basato sulla uguaglianza.

Quando vedremo una Chiesa finalmente povera, sulla scia degli insegnamenti di Gesù e dei Santi? Solo quando trionferà la Città di Dio?

La Chiesa è cattolica cioè universale. La Chiesa è cattolica e di conseguenza cristiana. Se è cristiana è povera. Altrimenti non è chiesa cattolica.

Don Gallo, cosa significa seguire un cammino in direzione ostinata e contraria?

Il “non licet” al potere è una caratteristica costante. Il Cristiano è sale, lievito, chicco di grano che marcisce e da frutto.

Quale persona, nella sua vita, le ha offerto un esempio di vita spesa per la libertà, magari sconosciuta ai più, che vuole ricordarci?

Vorrei ricordare Nelson Mandela.

Cosa significa il tenere sempre la porta aperta, per accogliere le persone che arrivano dalla strada?

Significa leggere il Vangelo di Matteo, cap 25, vv. 32 e seguenti.

[32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. [44]Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. [46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Il nostro spazio è visitato da molti trentenni. Cosa si sentirebbe di dire ad una famiglia di precari, insicuri del proprio domani?

Griderei “Su la testa”. Sempre. Partecipare e resistere.

03
gen
10

Intervista a Grillo – “Hanno paura folle di noi”

Ecco l’intervista a Grillo, sul “Fatto quotidiano”, di oggi, 3 Gennaio 2010. Racconta la paura degli attuali politici italiani, che è solito chiamare, in varie immagini calzanti “le salme”, oppure “le muffe”. Parla della crescita delle liste civiche 5-stelle. Un movimento che è rete, dal basso, libero, organizzato secondo un non-statuto, dove ognuno conta uno e la sede non è fisica, ma sul web, spaventa tantissimo. Ma soprattutto spaventano i contenuti che questo movimento 5 stelle sta veicolando, le battaglie di cui si fa promotore (niente condannati in Parlamento, acqua pubblica, rilancio delle rinnovabili, decrescita economica,…). Contenuti di buon senso, rivoluzionari però in quest’Italia, ridotta ad un Circo Bazooko.

Ecco perchè segue il completo e totale oscuramento, sui giornali e le televisioni italiane. Una prova di questo? Quanti di voi sanno che questo movimento 5-stelle, nelle ultime amministrative, è riuscito a far entrare una trentina di consiglieri comunali in importanti città (Torino, Padova, Ferrara, Livorno, Bologna, Brindisi, Caltanissetta,…)?

Tra l’altro questa completa assenza dai media, tv e giornali, è logica, visto che questi media sono in mano al Presidente del Consiglio, non in modo figurato, ma proprio perchè ne è il proprietario diretto (Mediaset, Mondadori, ecc…) o “utilizzatore finale” (Rai).

Il famoso e famigerato “conflitto d’interessi”, che nemmeno i Governi di Centro-Sinistra, quindi sulla carta avversari di Berlusconi, hanno mai voluto affrontare. Riguardatevi, se non credete, le dichiarazioni in Aula di Luciano Violante (Ds), dove si lascia scappare l’inciucio (l’accordo segreto fra Governo e Opposizione) con Berlusconi. Violante dice: “Berlusconi, sa per certo, che gli è stata data la garanzia piena, non adesso (2003) ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni”. Guardate il gelo nei volti di chi è seduto vicino a Violante… Fassino si regge la testa fra le mani… sono atterriti perchè Violante si sta lasciando scappare qualcosa che non dovrebbe dire…

Ricordiamo come nella classifica della libertà di stampa di Reporter Sens Frontière , l’Italia sia al 40 posto, dopo paesi come Equador, Benin, Cile, Sud Africa, Namibia, El Salvador, Perù, Corea del Sud.

30
dic
09

Decrescita, intervento di Paolo Cacciari

Riportiamo l’intervento di Paolo Cacciari in occasione dell’Incontro al Museo provinciale di Archeologia, 28 settembre 2009 a conclusione della scuola della decrescita a Nova Siri (MT).

Mi rendo conto che in un momento di crisi economica così grave pensare ad una società che scelga consapevolmente e volontariamente di imboccare un percorso di decrescita dei consumi e delle produzioni di massa delle merci possa apparire una provocazione di cattivo gusto. Qualcuno ha detto che i promulgatori della decrescita sono intellettuali che hanno in odio l’umanità. Altri, più generosi, hanno detto che siamo piccoli borghesi schiacciati dal rimorso delle conseguenze che il nostro stile di vita provoca nel mondo.
Al contrario, testardamente, penso che non sia immaginare una via di uscita reale e duratura dalla “crisi sistemica” in corso, multifattoriale e multidimensionale, senza riorientare i nostri sistemi sociali ed economici ai criteri della decrescita.
Vediamo, quindi, quali sono questi criteri.
Innanzitutto è possibile pensare alla decrescita in un modo molto semplice che parte dalla presa d’atto elementare che “non ce n’è per tutti”. Lo sappiamo e lo sentiamo: la nostra “razionalità solidale” e la nostra “ragione cordiale” ci dicono che non possiamo andare avanti così. In natura i processi che hanno una curva di crescita esponenziale (come è quella disegnata dai cultori dello sviluppo) sono solo le metastasi cancerogene. Tutti i sistemi vitali seguono andamenti ciclici.
Il 23 settembre (con qualche giorno di anticipo sull’anno precedente) abbiamo festeggiato la fine dell’anno biologico (l’Earth Over Shoot). Abbiamo cioè consumato tutto quanto gli ecosistemi terrestri sono in grado di rigenerale in un anno. Dal 24 settembre prendiamo a credito dal 2010 acqua, legno, suoli fertili e così via. Altri indicatori (l’impronta ecologica) del fabbisogno teorico di terra biologicamente produttiva necessaria a sostenere i nostri consumi, sono in rosso. Così è per il petrolio (siamo in attesa dell’annuncio del superamento del picco di Hubbert), per il litio (senza il quale niente batterie elettriche e addio alla green-tech), del rame (che, a giudicare dai furti, sembra il patrimonio più di valore delle ferrovie), del coltan e dei diamanti (che insanguinano il Congo), dell’”oro blu”, dei fosfati, del tantalio… Ma non c’è nemmeno più spazio per contenere i rifiuti, le scorie, gli scarti dei metabolismi della tecnosfera. A dicembre a Copenaghen si giocherà una partita importante: l’aggiornamento del protocollo di Kyoto per contenere le emissioni di gas climalteranti. Abbiamo imparato che l’atmosfera non può superare le 350 parti per milione di anidride carbonica se volgiamo contenere l’aumento della temperatura media sotto i due gradi centigradi.
Fermiamoci qui, non vale più la pena nemmeno di parlarne, tante sono le evidenze empiriche e le ricerche scientifiche che ci dicono che il nostro sistema economico provoca impatti ambientali insostenibili. Dopo l’uscita del rapporto Stern (2007) che ha parlato il linguaggio degli economisti, persino i capi di stato hanno capito che così non si può più andare avanti: desertificazione dei suoli, perdita di biodiversità, catastrofi climatiche… richiedono continui interventi di adattamento e di mitigazione volti a mantenere condizioni utili allo svolgimento delle attività umane. In altri termini gli economisti hanno calcolato che per ogni punto di Pil in più, presto se ne dovranno spendere due per rattoppare i disastri ambientali creati. Ne vale la pena?
La decrescita, quindi, può essere intesa come una strategia del tutto razionale di presa d’atto dei limiti delle risorse disponibili e di acquisizione del concetto di limite. Dobbiamo pensare a minimizzare i flussi di energia e di materia impiegati nei cicli produttivi. Dobbiamo “smaterializzare” i cicli economici. Dobbiamo mettere in atto una riconversione ecologica dell’economia, così come dice anche e finalmente l’amministrazione Obama: green-economy, soft-economy, clean-tech, new deal verde, ecc.
Ma ci sono due problemi correlati: uno grande come una casa: l’equità (che non può più essere cercata verso l’alto: il mondo scoppierebbe!), l’altro, più insidioso, è costituito dalla trappola tecnologica, dall’effetto rimbalzo o moltiplicatore che annulla i benefici ambientali quando aumenta la massa delle merci prodotte.
In altri termini lo stile di vita dell’1% della popolazione mondiale (i cosmocrati che detengono il 50% della ricchezza), ma nemmeno del 20% più ricco che regge la sua posizione sullo sfruttamento dell’80% delle risorse, non può essere preso a modello da nessuno. Anzi, è la causa della crisi. (Ci ricordiamo di Bush che affermò che gli stili di vita degli americani non sono negoziabili?). Così come il sistema di produzione delle 500 multinazionali che controllano il 52% del Pil mondiale e il 90% degli scambi internazionali non può essere preso a modello dell’economia mondiale. Anzi la deglobalizzazione è la condizione per uscire dalla crisi.
La “green economy”, allora, non può essere intesa come l’ultima trovata per fare business con l’ambiente (aggiungere beni di consumo ecologicamente certificati, concentrare ancora di più il monopolio delle tecnologie, aumentare la dipendenza e la colonizzazione del sud del mondo). Al contrario dobbiamo spendere soldi per fare “economia ecologica”. Cioè, considerare il “capitale naturale” non più come un fattore produttivo da sfruttare, ma come bene in sé, patrimonio da preservare e incrementare. Una vero rovesciamento dei presupposti dell’economia capitalistica. Dobbiamo tornare a pensare l’ “economia dei soldi” (come direbbe Giorgio Nebbia) un sottosistema dell’economia terrestre. Rimettere in ordine le gerarchie e i valori. Del resto Marx stesso (per molti versi il teorico dello sviluppo e delle illimitate potenzialità trasformatrici del lavoro) scrisse che “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso”.
Rispondere a queste due questioni: equità sociale e sostenibilità ambientale (cioè garantire uguale accesso ai beni comuni – acqua, terra, saperi per le generazioni presenti e per quelle future – equità orizzontale e intergenerazionale) è la sfida di civiltà che siamo chiamati a compiere. Una sfida che possiamo vincere solo se riusciamo a riconcettualizzare l’idea di ricchezza, di benessere, di democrazia a livello planetario.
Il mondo è interdipendente, il benessere di una persona è inscindibile da quello di altre persone. C’è un passo molto bello della “Caritas in Veritate” (ultima enciclica di Ratzinger): “La società globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Anzi! Ci mette in crudele competizione. La globalizzazione neolibersita è fallita non solo sul versante ambientale, ma anche su quello umano. Una “apocalisse secolarizzata per mano umana”, la definisce Raniero la Valle, un “genocidio silenzioso “ Jean Ziegler. Un miliardo di affamati, cinquemila morti di fame al giorno, metà della popolazione del globo addensati attorno a qualche decina di megalopoli che si chiamano Mumbai, Rio de Janeiro, Giacarta, Khartoum, Lima, Durba… I nuovi inferni dell’umanità
Serve allora una nuova economia che supporti sia una rivoluzione verde sia una rivoluzione sociale. Serve un mutamento delle relazioni sociali che reggono i modi di produzione e di consumo.
E’ necessario trovare le vie per transitare da una concezione economica che mira alla massimizzazione dell’efficienza produttiva (produrre sempre maggiori volumi di merci a minori costi per unità di prodotto), ad una che miri alla ottimizzazione del mantenimento dei “fattori produttivi” (lavoro e risorse naturali) in buona salute e il più a lungo possibile, cioè: cura e manutenzione. In questa nuova concezione dell’economia, forza lavoro e risorse naturali non sono più viste e usate come fattori produttivi da immolare nei cicli produttivi, ma come natura e persone umane, usufruttuari e beneficiari della cooperazione e dello sforzo produttivo sociale.
Una società della decrescita, quindi, implica trasformazioni profonde del modello di economia: da una economia del consumo e dei prelievi ad una della sufficienza e della restituzione (riuso, riciclo, condivisione); da una economia del debito e della competitività ad una del dono e della reciprocità; da una economia del rendimento ad una del risparmio.
Quindi non basta de-meaterializzare, occorre anche de-mercificare e de-finaziarizzare l’economia, sottrarla al dominio del profitto e dell’accumulazione. Lo sviluppo è un termine bastardo che occulta il nocciolo duro della crescita che a sua volta occulta il concetto di accumulazione. La via di uscita è passare dalle merci ai beni, direbbe Maurizio Pallante.
Ma la domanda che a questo punto viene rivolta ai sostenitori della decrescita è questa: chi sono i “soggetti sociali”, gli “attori politici” del progetto della società della decrescita? E quali potrebbero essere le “pratiche costituenti”, performanti la nuova società? Insomma c’è qualcuno (che non sia un freekkettone, un asceta o un inguaribile anticapitalista) che crede che sia possibile vivere meglio con meno e disposto a scegliere coscientemente e volontariamente, solidariamente la strada della decrescita?
Penso di sì. Penso che la rivoluzione sia già in movimento. Basta saperla riconoscere. Prendo ad esempio due diverse novità.
Le nuove e costituzioni dell’America latina, in particolare quella dell’Ecuador di Rafael Correa. Nel paragrafo tre del preambolo, subito dopo il riconoscimento della sovranità del popolo, c’è scritto: “Celebriamo la natura, la Pacha Mama (noi potremmo dire la madre terra o l’anima mundi) di cui siamo parte e che è vitale per la nostra esistenza”. La costituzionalizzazione della natura, il riconoscimento di un diritto allargato all’ecosfera, è un passaggio epocale che la cultura occidentale non è riuscita ancora a compiere e contro cui inspiegabilmente il cattolicesimo ancora si batte (vedi la “Caritas in Veritas”). Siamo figli di un antropocentrismo, maschilista, nazionalista e statalista che non smette di perseguire un disegno di dominio sulla natura, sugli animali, sulla donna.
Aldo Leopold (“Almanacco di un mondo migliore”, già nel 1949), naturalista padre del pensiero ecologista profondo, sperava in un allargamento dell’etica a tutti gli esseri viventi, come ad un certo punto della storia dell’umanità è pure avvenuto per gli schiavi e per l’altro genere umano. “Una etica della terra riflette l’esistenza di una coscienza ecologica che, a sua volta, riflette il convincimento della necessità di una responsabilità individuale per la salute della terra”. Dovremmo recuperare l’obbligo morale a “custodire e coltivare” la terra, oltre che a “vivere in pace”.
La seconda segnalazione che voglio fare è il libro di Paul Hawken (“Moltitudine inarrestabile”, Edizioni Ambiente, ma in realtà il titolo originale è “Blassed Unrest”, tratto da una frase pronunciata della coreografa Marta Grahm: “Una strana benedetta inquietudine che ci fa andare avanti e ci rende più vitali”): L’autore, un vecchia conoscenza dell’ambientalismo, ha organizzato una banca dati con centomila organizzazioni di base della società civile che si battono per i diritti umani e la salvaguardia della natura. “Un movimento senza nome che sfugge a qualsiasi definizione”. “Due decine di milioni di persone che non si limitano ad andare a votare”. “ Il più grande movimento sociale di tutta la storia dell’umanità”. “Persone normali e fuori dal comune”. “Senza leader, senza guide e controlli centrali che agisce tramite testimonianze, informazione, azioni di massa”. Una biodiversità culturale che come la biodiversità biogenetica ha il potere di limitare il flusso di entropia, aumentare la resilienza, cioè la possibilità di evoluzione, la capacità di adattamento e di cambiamento. Contro la riduzione di complessità, la omologazione e l’eliminazione delle differenze. “Una corrente di umanità” mossa da forza interiore e da una energia dal basso. Lo stesso Hawken, comunque, chiude il suo lavoro con un interrogativo aperto: saprà questa galassia mettersi in rete e riuscire a sgretolare l’inaudita concentrazione di poteri che governa la globalizzazione?

Intervento pubblicato nel sito della Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale

24
dic
09

Benvenuto, viaggiatore ovvero il senso di zuppa di neve

Fatti ma sopratutto segni neri sul bianco, pensieri in immagini, immagini in parole. Lascia decantare la mente e riallinea le tue priorità alla vita che ti circonda. Accetta il mistero, fallo a pezzi per poi ricostruire il tuo proprio senso, il sentiero del tuo mistero. Si snoda sinuoso lungo le strade e nei giorni. Cadrai, sarà spesso la notte a tenerti la mano ma sarà il tuo proprio sentiero.

Non ti serve null’altro al di fuori di quello che sei, per navigare la vita.

Non ti serve nulla di quello che vedi, per essere te stesso, nulla di quello che ti dicono, nemmeno queste parole. Ritrova le tue ali, riacquista il senso delle cose, dobbiamo tornare ad abbracciare il nostro cuore… liberati dalle catene, da quando sei nato ti hanno imposto catene, sono dappertutto… hanno paura delle persone libere perchè una sola persona libera può far saltare tutto il sistema, questo sistema così oppressivo, ben oliato, aberrante. Ma è estremamente nitido e chiaro nella sua brutalità e dunque vulnerabile, un sistema che è prigione per le nostre anime.

La via per ritornare ad essere uomini è privazione, rinuncia, smantellamento delle nostre sovrastrutture, dei conformismi e degli inganni. Segui solamente le tue emozioni, vivendo di carità verso il fratello, di rispetto per te stesso, di amore per tutto il creato.

Nonviolenza significa impegno.

Dobbiamo costruire una società migliore, come possiamo guardare negli occhi i nostri figli, i nostri nipoti, altrimenti? Chi potrebbe guardare negli occhi il proprio figlio, il proprio nipote, non avendogli insegnato a liberarsi dalle proprie catene? O vogliamo mettere al mondo e crescere degli schiavi?

Il cambiamento inizia adesso, se sei arrivato a leggere fino a qui e sono riuscito a farti riflettere.

Il cambiamento inizia adesso.




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