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Articolo di Calopresti sui fatti di Rosarno

9 gennaio 2010

Braccia nei campi, nulla fuori. Dove il sogno del lavoro è incubo

di Mimmo Calopresti

Rosarno, uno svincolo della ormai inutile ed impercorribile Salerno-Reggio Calabria, il pezzo di autostrada che mai nessun governo è riuscito a terminare e che rende la parte bassa della Calabria il luogo più lontano dal resto dell’Italia. Non mi viene in mente un altro modo di definire quel luogo. Un nome che sfugge dallo sguardo subito dopo averlo messo a fuoco, mentre stai andando da qualunque altra parte.

È un non luogo: da quello svincolo o ci si addentra nella Piana di Gioia Tauro, fino ad arrivare al porto, o si imbocca la superstrada che porta all’altra costa, venti minuti per passare dal mar Tirreno al mar Jonio, e in mezzo il nulla. In quella parte della Calabria non c’è che il nulla e, in più, d’inverno fa freddo, niente a che vedere con l’immaginario classico del sud: sole, mare e tutto il resto.

Nella Piana gli agrumeti e gli uliveti fanno da padroni. La raccolta, prima dei mandarini e poi delle arance, è un lavoro duro, ma è ancora un buon modo di fare soldi. Chi ha ereditato un pezzo di terra dai genitori ha evitato quell’emigrazione di massa che ha coinvolto i più e ora ha qualcosa di cui occuparsi. I più capaci hanno sviluppato un sistema semi industriale per riuscire a sviluppare la commercializzazione del loro prodotto, gli altri debbono accontentarsi, usando manodopera a basso costo, di rivendere il raccolto sul territorio.

Lavoro duro e malpagato che nessuno vuol più fare. Eppure qualcuno che ancora può fare quel lavoro c’è: sono gli stranieri, gli immigrati, quelli dalla pelle scura (ma più scura di quella dei ragazzotti del luogo), i neri, i negri.

Proprio i negri, quelli che arrivano dall’Africa nera, quelli che non hanno niente, che non hanno ancora capito se sono arrivati in Italia oppure chissà dove, che si illudono di essere lì solo di passaggio, prima di approdare nei luoghi della ricchezza e delle comodità.

I negri che si accontentano di vivere come bestie. Quelli che, d’altronde, ci sono abituati, quelli che si fanno la capanna con il cartone nei casolari abbandonati o, peggio, per paura di essere derubati dormono tutti insieme, per terra, in una fabbrica abbandonata e data al fuoco qualche anno fa.

Gli unici rapporti sono quelli con un parroco di buona volontà. Gli unici luoghi di contatto con il resto del mondo: i supermercati, dove comprare il minimo indispensabile per sopravvivere. Lì c’è l’incontro, lì c’è lo scambio. Ma non ti venga in mente di rivolgere qualche parola di più alla cassiera, altrimenti scoppia il casino: se fino a quel punto, in quel mare di desolazione, i ragazzi del luogo ti avevano solo preso in giro e quando ti incontravano in paese ti scansavano perché i negri puzzano, a quel punto fanno il salto di qualità e ti sparano.

Per carità niente colpi di lupara, basta un fucile ad aria compressa ed eccoti umiliato, non si parla e non si scherza con la donna bianca. Allora non sopporti più, ti sembra troppo, hai voglia di alzare la testa, di dirlo in faccia a quei quattro ragazzotti che tu hai gia abbastanza cazzi per riuscire a sopportare quella vita di merda, che quando ti svegli al mattino non riesci a lavarti perché l’acqua è gelida, che durante il giorno, mentre lavori, hai le mani e i piedi rattrappiti dal freddo e, quando hai finito di lavorare, non c’è niente intorno a te che ti renda la vita sopportabile tranne un improvvisato fuoco intorno a cui passare la serata.

Non hai più la forza di pensare e sognare una vita migliore di questa, sei solo incazzato con te stesso per esserti infilato, senza sapere come, in un inferno senza vie d’uscita. Il casino, a quel punto, sei tu a cominciarlo, perché – come diceva Fabrizio De Andrè – chi non terrorizza si ammala di terrore. Cerchi di farti sentire. Vuoi far sapere a tutti che non sei più disponibile a fare quella vita; che, anche se hai accettato un lavoro da schiavo, se non sai che cos’è un contratto di lavoro, se non sai che esiste il sindacato, se non pretendi di essere tutelato da uno Stato di diritto che in una parte del suo territorio accetta che esista la schiavitù, hai comunque una dignità e una vita da difendere.

Vuoi affermare che non puoi essere scambiato per un tiro a segno, che la tua carne brucia non solo per il freddo che accumuli durante le troppe ore di lavoro, ma perché da troppo tempo il tuo cuore non riesce ad essere riscaldato dai suoni, dagli odori e dagli affetti della tua terra e quindi pompa in circolo solo sangue avvelenato. Rosarno brucia. Il resto dell’Italia è lontana, irraggiungibile.

Da Il Fatto Quotidiano del 9 gennaio

Chi è Mimmo Calopresti

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dic
09

Il fallimento negli accordi climatici non è un’opzione

I leader mondiali hanno lasciato Copenaghen senza aver raggiunto un accordo in grado di salvare il pianeta. Stati Uniti, Europa ed Australia hanno preferito anteporre i propri meschini interessi economici alla salvaguardia del futuro del nostro pianeta.

A questo link di Greenpeace è possibile mandare una mail, indirizzata a Barack Obama (presidente U.S.A.), Kevin Rudd (primo ministro australiano) e Josè Manuel Barroso (presidente della Commissione Europea). Si tratta di protestare per il mancato raggiungimento di un accordo vincolante per la riduzione dell’inquinamento, ricordando gli impegni che questi signori si erano assunti, in occasione del summit di Copenaghen. Dobbiamo ricordargli che il fallimento negli accordi climatici non è un opzione.

La mail è in inglese, qui la traduco.

Al presidente degli U.S.A., Barack Obama
Al primo ministro australiano, Kevin Rudd
Al presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso

Cari signori,

ci aspettavamo che dal summit di Copenaghen uscisse un accordo sul clima equo, ambizioso e legalmente vincolante per gli Stati. Purtroppo non è stato così.

Gli studi scientifici parlano chiaro: per evitare la catastrofe climatica la crescita delle temperature globali deve arrestarsi al più presto, per poi iniziare a tornare sotto i livelli attuali. Anche una crescita della temperatura di 1,5 gradi potrebbe determinare impatti irreversibili, e una di 2 gradi rischia di portare verso cambiamenti climatici catastrofici. Per questo le emissioni di gas serra devono essere tagliate dell’80% entro il 2050.

E’ in gioco la sopravvivenza delle nazioni più indifese, degli ecosistemi, della biodiversità e alla fine, dell’intera umanità.

Nonostante il vostro fallimento nel raggiungere un accordo, la lotta contro i cambiamenti climatici non è finita.

La decisione di rimandare al 2010 il raggiungimento di un accordo vincolante, vi offre un’ultima occasione per dimostrare la vostra leadership e rispettare le promesse fatte. Per assicurare l’entrata in vigore del futuro accordo, è necessario che rimaniate in carica, nel prossimo anno.

Ci aspettavamo cambiamento da voi. Stiamo ancora aspettando. I prossimi mesi saranno decisivi per voi, per iniziare il cambiamento. Il fallimento non è un opzione. Gli studi scientifici e le loro conclusioni non si possono cambiare, ma si possono cambiare le politiche ambientali. E se non cambieranno le politiche, dovremmo cambiare i politici.

Le nazioni industrializzate portano sulle spalle una responsabilità storica, hanno i mezzi più avanzati per ridurre le emissioni inquinanti ma sono al tempo stesso le nazioni che inquinano di più.

Come leader di questi paesi, vostra responsabilità è di assumervi l’impegno per un drastico ed indispensabile abbattimento delle emissioni.

Da Copenaghen il cosiddetto “Accordo” è stato presentato come un “prendere o lasciare”, giustemente rifiutato dalle nazioni più deboli, un pasticcio nemmeno formalmente adottato dalla Conferenza delle Parti (COP). Questo pasticcio, che non è nemmeno legalmente vincolante per i diversi Stati, è stata una grande concessione alle industrie inquinanti. Proietterà il mondo verso un aumento della temperatura di 4 gradi, con le consueguenze catastrofiche che ne derivano. Un vero accordo, legalmente vincolante, è quello che serve all’umanità.

Voi dovete: assumervi le vostre responsabilità, impegnarvi legalmente ad abbattere le emissioni del 40% entro il 2020, impegnarvi ad aiutare e sostenere i Paesi in via di Sviluppo lungo un percorso di industrializzazione sostenibile, proteggere le foreste tropicali ed affrontare i cambiamenti climatici che ad oggi sono inevitabili.

Questi sono i primi passi per offrire al nostro pianeta il vero Accordo di cui ha bisogno.

Il mondo vi sta guardando, in attesa. Voglio testimoniare come non ci fermeremo finchè non saranno prese tutte le misure necessarie a salvare il pianeta.

Vi prego, agite adesso, per cambiare il futuro!

Sinceramente,
Nome Cognome

Potete mandare la mail, in modo semplice e veloce, da questo link

28
dic
09

La storia si ripete, sempre. Solidarietà agli assetati di giustizia e libertà.

We, the People of the United States…

The Constitution of the United States, Preamble

Apprendiamo come le autorità iraniane stiano mettendo il bavaglio ai giornalisti liberi, per stendere un velo di silenzio sul bagno di sangue di ieri, in modo da poter continuare nella propria opera di repressione atroce con impunità.
Molti giornalisti e bloggers, tra cui Emadoldin Baghi, figura di spicco nella lotta per i diritti umani, vengono arrestati per il fatto di essere testimoni scomodi dell’orrore, da uomini vestiti in abiti civili: i cani vogliono provare a non farsi riconoscere… è tutto così grottesco… non sanno che li riconosceremo sempre, dal loro odore.

Solidarietà agli assetati di giustizia e libertà, sempre.




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